Il Natale non è Black Friday: l’affondo del vescovo contro il consumo

mons. Enrico Trevisi
da https://www.triesteallnews.it

Il Natale non è Black Friday:

l’affondo del vescovo contro il consumo

21 Dicembre 2025
di Francesco Viviani
21.12.2025 – 7.30 – C’è un tono che attraversa il messaggio di Natale inviato alle redazioni dal vescovo di Trieste, mons. Enrico Trevisi, intitolato “La differenza del Natale”: un testo augurale solo nella forma, ma che in realtà si presenta come una riflessione pastorale e culturale sul senso del Natale nel tempo presente, diffusa mentre la diocesi si avvia alla conclusione dell’Anno giubilare dedicato alla speranza. Un messaggio che accompagna il calendario delle celebrazioni natalizie, ma che, a leggerlo con attenzione, fa tutt’altro che limitarsi a un saluto rituale. Il tono, appunto, non è consolatorio, non è rassicurante, non è cerimoniale. È volutamente scomodo. E lo è perché parte da una constatazione che non concede attenuanti: «siamo solo e soltanto “consumatori”». Virgolettato secco, chirurgico. L’uomo non è più persona, non è più cittadino, non è più credente: è funzione del mercato. Fine della definizione. Il primo bersaglio della lettera è la serialità delle feste, ridotte a tappe di un unico rito commerciale. «Dopo Halloween, dopo il Black Friday, ecco il Natale e poi il Capodanno e la Befana». L’elenco è piatto, volutamente privo di gerarchie: tutto vale allo stesso modo perché, in realtà, nulla vale davvero. Il Natale non è profanato, non è attaccato frontalmente: è normalizzato, inglobato, reso intercambiabile. Ed è forse questa la forma più efficace di svuotamento.
Quando Trevisi parla di «conforto frivolo nello spendere» e di «gratificazione negli eccessi di consumi», il linguaggio si fa quasi clinico. Mangiare, acquistare, ingurgitare, dissipare. Verbi che descrivono non una festa, ma una bulimia sociale. Il passaggio decisivo arriva quando tutto questo viene definito «un disturbo ossessivo-compulsivo». Non una colpa morale, non un peccato individuale: una patologia collettiva. Il vescovo inserisce subito una precisazione, quasi una clausola di onestà: «non per tutti sarà così». Ci sono famiglie, c’è la normalità delle feste vissute con semplicità, ci sono povertà, malattia, solitudine. Ma la concessione dura poco. Perché il punto non è l’esperienza individuale, bensì il messaggio dominante, «martellante», che nessuno può evitare. Qui entrano in scena i veri protagonisti del testo: mercato, media, algoritmi, intelligenza artificiale. Non volti, ma sistemi. Non responsabilità personali, ma meccanismi. Il tempo, da spazio simbolico, diventa merce. Il cuore della lettera è affidato a una frase che meriterebbe di essere incisa: «nel cuore degli uomini resta un bisogno di senso». Nonostante tutto. Nonostante il rumore, la velocità, il consumo. Ma subito dopo arriva l’affondo: «il dissiparle nella sequenza vertiginosa del produrre-consumare svilisce il nostro cuore, ci rende meno umani». Parole chiave: svilisce, meno umani. Non più poveri, non più stanchi: impoveriti nell’essenziale.
Quando Trevisi invita a «difendere la differenza del Natale», non sta difendendo una tradizione identitaria né una nostalgia religiosa. Sta difendendo una antropologia alternativa. E lo chiarisce immediatamente: «non si tratta di accostare qualche segno esteriore di religiosità». Presepi, Bambinelli, stelle di Natale non bastano. Anzi, rischiano di diventare decorazioni innocue, foglie di fico per una vita che resta identica a prima. La religione come arredo è, per il vescovo, una forma elegante di ipocrisia. Il presepio, invece, è definito «scandalo». «Mentre l’uomo cerca di farsi grande… invece Dio si fa piccolo». Il contrasto è totale. Da una parte Capi di Stato, ricchi del pianeta, arrivismo, ostentazione; dall’altra un Dio che sceglie la fragilità. Il potere che si divinizza contro un Dio che si abbassa. Una critica che non risparmia nessuno, nemmeno «noi», quando subiamo il fascino della ricchezza esibita e dell’invidia che genera aggressività. Non è casuale il riferimento al presepio in piazza Unità d’Italia. Non uno spazio sacro, ma il cuore civile della città. Il Natale, suggerisce Trevisi, non va rinchiuso in chiesa: va misurato nella vita reale. «Datevi il tempo di rallentare». Rallentare diventa un gesto controcorrente, quasi sovversivo, in una società che corre senza sapere dove va. E contemplare diventa un lusso più raro di qualsiasi regalo.
Centrale è anche l’appello educativo: «spiegate ai vostri figli e nipoti il senso vero del Natale». Qui la questione diventa apertamente culturale. Senza trasmissione del significato, la festa sopravvive solo come involucro. La differenza del Natale non si eredita automaticamente: va raccontata, spiegata, scelta. Altrimenti resta il pacchetto, ma non il contenuto. Il ritratto finale di Gesù è volutamente anti-epico: «provinciale», «lavoratore artigiano», «oggetto di maldicenze». Nessun trionfalismo, nessuna estetica del successo. Solo un uomo che accetta il limite, affronta la prepotenza con mitezza, arriva fino alla morte ingiusta. Ed è qui che il testo diventa davvero tagliente: perché propone come modello ciò che la nostra cultura rimuove – fragilità, perdono, mitezza. L’ultima esortazione è asciutta e personale: «non vergognarti di un segno di croce». Non come gesto identitario o polemico, ma come punto di partenza per uno sguardo diverso su chi soffre, su chi è solo, su chi è schiacciato. Se non cambia lo sguardo, il Natale resta una messinscena. Sotto la forma istituzionale di un messaggio augurale destinato alle redazioni, il testo di Trevisi è una contestazione radicale del Natale ridotto a evento e dell’uomo ridotto a cliente. Nessuna indulgenza, nessuna retorica zuccherosa: diffidente verso le celebrazioni vuote, allergico alle parole inutili, convinto che le feste abbiano senso solo se costringono a pensare. Anche quando fanno male.
[f.v.]
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Il testo integrale

DIOCESI DI TRIESTE

La differenza del Natale
– Messaggio del Vescovo – 

Da anni si sta svolgendo un’opera di distrazione di massa che tende a svilire le relazioni interpersonali e a globalizzare feste e identità, in uno svilimento antropologico per cui siamo solo e soltanto “consumatori”. Tutto l’umano è ricompreso a mero shopping, a induzione a comprare e consumare. Dopo Halloween, dopo il Black Friday, ecco il Natale e poi il Capodanno e la Befana: semplicemente il succedersi dei medesimi riti in cui evadere dalla frenesia e dall’ansia del quotidiano, cercando un conforto frivolo nello spendere, una gratificazione negli eccessi di consumo: mangiare, acquistare, ingurgitare, dissipare, viaggiare, girare come trottole, fino ad assumere i tratti di un disturbo ossessivo-compulsivo. So bene che non per tutti sarà così: per tanti c’è la normalità delle feste in famiglia, la fatica quotidiana di fare i conti con povertà, malattia, solitudine. Ma, in ogni caso, il messaggio martellante, la pressione mediatica, lo schiacciamento urtante del mercato, l’intelligenza artificiale con i suoi algoritmi esibiscono uno smantellamento del significato religioso del tempo, scandito da feste che mediano significati che vanno oltre il mero ripiegamento sul benessere individualistico, teleguidato dall’idolatria del profitto. La fede cristiana, con le sue feste – e dunque anche con il Natale – ci dice che non ci basta la combinazione del fitness con il ristorante e che non possiamo continuare a fingere e a mettere maschere: nel cuore degli uomini resta un bisogno di senso. Resta una nostalgia di spiritualità. Il dissiparle nella sequenza vertiginosa del produrre-consumare svilisce il nostro cuore, ci rende meno umani.
Difendere la differenza del Natale è un’emergenza che tutti siamo chiamati ad affrontare. Non si tratta di accostare qualche segno esteriore di religiosità (il presepio, il bambinello, la stella di Natale) a una vita baldanzosa, mista a rancori ed egoismi. La differenza del Natale ci chiede di fermarci a contemplare il presepio e non solo di renderlo un addobbo folcloristico. Quando passate davanti a un presepio, pensate a questo scandalo: mentre l’uomo cerca di farsi grande, mentre i capi di Stato e i più ricchi del pianeta aspirano a divinizzarsi, mentre anche noi subiamo il fascino dell’arrivismo e dell’ostentata ricchezza che ci riempie di invidia e di aggressività, invece Dio si fa piccolo, Dio si fa uomo, Dio viene a cercarci anche negli angoli più inospitali della terra, anche nelle nostre vite stanche. Quando passate davanti al presepio in piazza Unità d’Italia, o nella vostra chiesa oppure in casa vostra, datevi il tempo di rallentare, per una preghiera silenziosa, per darvi il lusso di contemplare che Dio ha altri pensieri su di noi e sulla nostra umanità sfregiata da insensate guerre.
Spiegate ai vostri figli e nipoti il senso vero del Natale, la differenza del Natale, che sta in Dio che viene a cercarci, che bussa ancora alle nostre porte, che ci chiede di fargli spazio nella nostra vita, come hanno fatto Maria e Giuseppe. In Gesù abbiamo Dio che assume il limite umano, quello che a noi dà problema: vive in un villaggio sperduto, è un provinciale, un lavoratore artigiano, uno che ha carisma ma che suscita anche maldicenze e calunnie, uno che affronta con mitezza la prepotenza di chi comanda. Uno che accetta la morte ingiusta perdonando, amando, sprecandosi per questa umanità avida ed egoista. Ci ama. Quando passi davanti al presepio prega, datti il lusso di prenderti cura della tua interiorità. Non vergognarti di un segno di croce. Ma parti da lì per uno sguardo diverso su chi soffre, su chi è solo, su chi è schiacciato dai prepotenti di turno; su chi, anche oggi, incarna, cioè dà la propria carne, per riproporre la presenza scandalosa di un Dio che sceglie la mitezza e il perdono, la piccolezza e la fraternità, la tenerezza e la solidarietà, il rispetto e la gioiosa accoglienza dell’altro. Auguro a tutti di vivere la differenza del Natale: il Dio con noi, per noi, per aiutarci a dare spazio ai grandi quesiti che abbiamo nel cuore, che sono già una strada di senso e di vita.
† Enrico Trevisi
Vescovo di Trieste

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