Omelie 2013 di don Giorgio: Domenica delle Palme – rito ambrosiano

24 marzo 2013: Domenica delle Palme o di Passione

Is 52,13-53,12; Eb 12,1b-3; Gv 11,55,12.11
Zc 9,9-10; Col 1,15-20; Gv 12,12-16

Con questa Santa Messa la Liturgia dà inizio alla Settimana Santa. Scrive don Marco Navoni: “Negli antichi documenti della liturgia ambrosiana la settimana santa è chiamata curiosamente settimana “autentica”, quasi a voler dire che è la “vera” settimana dell’anno liturgico, la settimana eminente fra tutte le altre, proprio perché in essa il credente è chiamato a ripercorrere il mistero pasquale di Cristo che per la nostra salvezza soffre, muore e risorge. La domenica delle Palme, otto giorni prima della domenica di Risurrezione, ne è la naturale introduzione: in essa non solo si commemora l’ingresso di Gesù in Gerusalemme, ma si anticipa in un certo senso il mistero della Passione redentrice. Come narra il brano evangelico che da sempre la tradizione ambrosiana collega alla domenica delle Palme, l’atto di Maria, sorella di Lazzaro, che unge di olio profumato i piedi del Signore, è infatti gesto profetico rispetto all’imminente morte di Gesù e alla sua sepoltura, ma insieme rivela quale debba essere l’atteggiamento del credente nell’intraprendere il cammino di un’autentica settimana santa: lo spirito di fede, la gratitudine per il gesto di amore che Cristo compie per la nostra salvezza, la disponibilità a sprecare, a versare per Lui qualcosa che pur riteniamo prezioso, ma che resta sempre infinitamente meno prezioso del suo dono pasquale”.
Dunque, la domenica che introduce la settimana santa (o autentica) presenta come due volti apparentemente diversi, quasi in contrasto tra loro: un volto di passione e un volto di gioia. In realtà, dovremmo andare oltre, e scoprire il vero atteggiamento o stato d’animo di Gesù che sta per affrontare la sua morte ma in vista della sua risurrezione. Morte e risurrezione non sono in contrasto, ma aspetti complementari. La risurrezione passa attraverso la morte, e la morte porta alla risurrezione. Gesù parlava di un chicco di grano che, per crescere e diventare spiga, prima però deve marcire sotto terra. L’evangelista Giovanni, nel suo Vangelo, parla della croce come gloria: la croce è già illuminata dalla risurrezione. Hanno ragione quei pittori che presentano la croce immersa in una grande luce.
Così dobbiamo leggere gli avvenimenti riguardanti gli ultimi giorni di vita di Cristo. Così li hanno descritti gli evangelisti. È vero che nei racconti della passione di Gesù c’è un forte senso di dolore, ma nello stesso tempo sono già contenute la speranza e la certezza della risurrezione. E pensare che a narrare quei fatti sono stati gli stessi apostoli che avevano abbandonato e tradito il loro Maestro. Erano tutti fuggiti, tranne Giovanni, chi a destra e chi a sinistra. Pur rivivendo anche la propria vigliaccheria, essi hanno poi rivissuti quei momenti come una liberazione. Non è vero che, come loro pensavano in quei giorni tragici, Cristo si era lasciato catturare, per farsi uccidere. Pronti e decisi poi a testimoniarlo fino a dare la loro stessa vita. Come il Maestro.
Chi non si sente commosso alla lettura della passione di Cristo? Quando ero piccolo, mi chiedevo perché Pilato avesse ceduto al ricatto dei capi ebrei e del popolo da loro istigato. Sapeva che era innocente, e poi… è venuto meno alla giustizia.
Ogni anno era la stessa storia: quando sentivo la condanna, mi veniva  un senso d’angoscia. Speravo che almeno quell’anno Pilato potesse cambiare idea. E al momento della condanna di Gesù, tornava lo sconforto. E poi pensavo: se Pilato avesse prosciolto Gesù, che cosa sarebbe successo? Mistero! Come mistero, e lo sarà sempre, che tutto l’apostolato attivo del Messia si sia limitato a pochi anni della sua esistenza. Quattro o cinque anni? Forse di meno. Come? Il Figlio di Dio si è incarnato per donare al mondo solo pochi anni della sua esistenza? Certo, ha vissuto pochi anni a contatto con la gente, ma con grande intensità. Ma, ecco la domanda: perché Cristo ha scelto di farsi crocifiggere? Ma nello stesso tempo possiamo chiederci: che senso avrebbe avuto una morte naturale?
Ogni martirio ha un qualcosa che lascia un segno del tutto particolare. I martiri ci affascinano più dei testimoni che muoiono di morte naturale. Forse per questo talora certe malattie vengono presentate come se fossero un martirio.
Sta di fatto che – mistero sì mistero no – il Figlio di Dio è morto su una croce. E sta di fatto che, in quel tragico martirio, pur avvolto nel mistero (è stata una libera scelta oppure no?), l’umanità intera si sente coinvolta. Qui non si tratta di un eroe che muore sul campo di battaglia. Si tratta di un Innocente che subisce il più grande torto della storia. Attenzione: Cristo non subisce un processo ingiusto: lui se lo fa proprio, lo assume in tutta la sua tragedia umana: nella umiliazione di innocenti sopraffatti dalle ingiustizie sociali, nella impotenza di milioni di esseri sfruttati dai prepotenti, nella voglia di riscatto di milioni di poveri sulla terra. Ecco perché Cristo non si ribella: lo poteva benissimo fare, ma non l’ha fatto. Altre volte era riuscito a non farsi condannare a morte. Si era dileguato, aveva trovato una via di fuga. Certo, non ha voluto morire per un incidente qualsiasi. Ha invece voluto sottoporsi a un processo “coscientemente”, in libertà. Gli studiosi della Bibbia fanno notare una cosa: sembra che Cristo sia stato trascinato dagli eventi, quasi costretto a subire ogni cattiveria umana, in realtà è lui il regista della sua stessa passione e morte. Lui dirige gli avvenimenti.
Potete capire allora che cosa significhi affrontare la morte in libertà, coscientemente, prendendosi quasi gioco del potere iniquo. Sta qui ciò che gli studiosi chiamano l’ironia del quarto Vangelo. Mentre gli uomini condannano Gesù, in realtà ad essere condannati sono loro. Mentre il potere sembra prevalere sul bene, in realtà è il bene a dare scacco matto al male. Il vero vincitore non è il potere che mette sulla croce Cristo, ma è Cristo che dà scatto matto al potere. Come a dire: ogni male che compi, è come tirarti la zappa sui piedi. Questo i malvagi non lo sanno, non vogliono saperlo, non imparano mai la lezione. Anche noi ci lasciamo prendere dallo sconforto quando il male vince, eppure dovremmo sapere che ogni vittoria del male è una sconfitta. Il bene più lo reprimi, più esplode in un altro bene. Il massimo è quando la morte, che a noi appare come il male supremo, si trasforma in una risurrezione.
Non sto dicendo che sia facile accettare una legge simile. Chi soffre non sempre pensa al bene che potrebbe derivarne. Una tragedia per noi è una tragedia, ed è istintivo gridare contro Dio che permette certe atrocità. E poi diciamola tutta: ci sono momenti così tristi che sembrano durare troppo, contro ogni sopportabilità umana. E allora ci chiediamo se non esista un limite anche al soffrire.
Ci chiediamo fino a quanto possa durare una crisi che mette in ginocchio il mondo intero. Ci chiediamo se per avere un po’ di pace in questo mondo sia proprio necessario fare una guerra. Ci chiediamo se per avere qualche diritto, sia necessario protestare per anni e anni, subendo nel frattempo ogni sorta di male da parte del potere inflessibile e disumano. Se poi di mezzo c’è la Chiesa, allora ci chiediamo quale sia il vero Dio.
Entrando nella Settimana Santa, non possiamo non porci qualcuno di questi interrogativi. Sentiremo leggere i brani della passione di Gesù. Rivivremo i suoi momenti più tragici. E ci sentiremo coinvolti in tutte le nostre miserie umane. Ci sembra che Dio sia vicino a noi, più nella sua passione che nella gioia della sua incarnazione.
Ma, nello stesso tempo, ognuno di noi fa parte dell’umanità. Il nostro dolore non è che una goccia del dolore di tutta l’umanità. Ci sentiamo Chiesa che soffre, ci sentiamo umanità che soffre. Come non sentirci perciò corresponsabili del male che c’è su questa terra?
Quanto vorrei che questa settimana fosse come un bagno di corresponsabilità in tutti i sensi. L’umanità è umanità, e non ha barriere. Siamo cittadini del mondo. Siamo credenti senza un proprio dio. Dio sulla croce si è come staccato da un pezzo di terra, non per elevarsi dalla terra, ma per abbracciare l’universo. Mi chiedo che senso possa avere anche quest’anno la Settimana santa se poi ne usciremo più razzisti di prima, più cattolici di prima.
La Settimana Santa deve essere come un bagno di Umanità. 

Esame di coscienza

Il Mistero pasquale consiste in tre verbi: soffrire, morire e risorgere. Tre verbi che non possiamo separare se vogliamo rimanere nel Mistero pasquale. Ma in realtà che cosa succede? Non riusciamo o non vogliamo fare il grande passaggio. Da notare che Pasqua significa “passaggio”. Passaggio da… a che cosa? Appunto, dalla sofferenza, dalla morte alla risurrezione. Qui sta la forza del Mistero pasquale.
Tutti soffrono (chi più chi meno), tutti muoiono, ma quanti pensano che risorgeranno? Ma non sta qui il punto: pensare e credere nella risurrezione oltre la morte fisica. Il problema reale sta nel fatto che già in questa vita il credente è chiamato a realizzare il Mistero pasquale, ovvero il passaggio dalla passione e morte alla risurrezione.
Cerchiamo di essere concreti perché il nostro esame di coscienza possa essere più stimolante, ovvero un esame sul nostro comportamento o, meglio ancora, su ciò che precede il nostro agire: il nostro modo di pensare, di vedere le cose. L’agire dipende dalle nostre idee e dalle convinzioni che ci facciamo.
Quante volte ad esempio – ecco una domanda cruciale – credo in ciò che faccio, e perciò agisco di conseguenza convinto che anche le sconfitte possano servire a raggiungere la meta? Il meglio sta in un cammino di vita, che è fatto di incomprensioni, umiliazioni, crisi di fede. Ciononostante, si deve continuare a camminare, ad agire tendendo al meglio.
Quante volte vado oltre una cosa che sul momento ritengo negativa ma che invece potrebbe costituire un passo in avanti nel cammino della fede e nel cammino esistenziale? Certo, non è facile avere uno sguardo così ottimistico della vita. In fondo, la speranza che cos’è? Spero in una vita migliore, già qui. Ma come posso sperare se sono negativo in tutto e non so compiere il passaggio verso il meglio?
Vedete: la natura dovrebbe insegnarci qualcosa. Nella natura da sempre è presente il Mistero pasquale. Il chicco di grano che marcisce sotto terra per poi germogliare e farsi spiga che cosa ci insegna? E le stagioni non sono forse quattro passaggi che sembrano ripetersi ogni anno ma che in realtà segnano un cammino?
Ho l’impressione che ogni anno arrivi la Settimana Santa, e che il giorno di Pasqua sia come una parentesi molto breve, per poi tornare nella vita di passione di ogni giorno. Non so quanti vivano quotidianamente il passaggio dalla morte alla vita, intendendo per morte la sofferenza, la disperazione, l’umiliazione, le contrarietà, i disagi. Come li superiamo? Con quale spirito di fede? Con quale coraggio? Con quale speranza?
Forse il peccato più grosso di noi credenti è quello di non essere positivi: il bene c’è, ed è possibile. Qui sta la nostra incredulità: non dare valore alle nostre “possibilità” di bene. E le possibilità, diceva un grande poeta, sono quasi “infinite”. Mortificarne anche una sola è già un peccato. Commettiamo una mancanza ogniqualvolta rimaniamo fermi, tradendo così la possibilità di fare un passo in avanti. Dalla passione e morte alla risurrezione. Questa è la Pasqua di Cristo. Questa è anche la nostra, se riusciamo a trasformare ogni seme in un germoglio e in una pianta carica di frutti. Magari per chi verrà dopo di noi. 

4 Commenti

  1. Clara ha detto:

    Don Giorgio, voglio ringraziarti per le tue riflessioni e le tue parole. Io mi trovo nella lontana (“quasi fine del mondo” :)! ) Argentina, mi manca venire a Monte ad ascoltarti ma grazie a questo sito sento di avere un maggior punto di riferimento ed un supporto quotidiano.
    Un caro saluto.

    Clara

  2. Luciano ha detto:

    Grazie don Giorgio per questi spunti di riflessione e per questi indici per un esame di coscienza per poter meglio Vivere la Settimana delle Settimane.Soffrire, morire e risorgere. Quante volte mi soffermo sul soffrire e, pensando poi alla morte, considerarla come liberazione da tutto ciò che mi fa male. La risurrezione invece, credo di considerarla solo con la bocca e non con la Fede. Il mio atteggiamento, in questi periodi è davvero prevenuto e sterile. Ancora fatico ad essere concentrato in questo cammino di conversione, nel quale dovrei liberamente sforzarmi di entrare ma, lo stupido orgoglio, mi impedisce di vivere la Pasqua come la natura compie. Cioè, tentare almeno di imitare il chicco di grano che si lascia coprire, che marcisce e che poi germoglia, diventando una spiga matura e feconda. Invece non ho la pazienza del contadino e la sua saggezza nelfare ciò che è opportuno nel giusto momento e popi, di aspettare con fiducia il tempo dei germogli e quello della mietitura. Voglio cercare davvero, anche con il suo prezioso aiuto che ricavo leggendo le sue pagine, di tentare di immergermi nella fragranza di umanità che Cristo mi Offre con la Sua Parola Viva e Piena di Speranza. BUONA PASQUA.

  3. davide ha detto:

    Grazie d. Giorgio per questa omelia ……… oggi vorrei rivolgere anche un pensiero nel 33mo anniversario dell’assasinio a p. Oscar Romero.

  4. davide ha detto:

    Grazie d. Giorgio per questa omelia …….. e in questa domenica vorrei rivolgere un pensiero a p. Oscar Romero assassinato 33 anni fa mentre celebrava la Messa.

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