È morta Rosellina Archinto, pioniera della letteratura per l’infanzia. Aveva 93 anni

dal Corriere della Sera
22 agosto 2026

È morta Rosellina Archinto,

pioniera della letteratura per l’infanzia.

Aveva 93 anni

di Cristina Taglietti
Fondò la Emme edizioni, portando in libreria maestri stranieri come Maurice Sendak, Tomi Ungerer, Eric Carle e pescando tra i grandi di casa nostra come Leo Lionni e Bruno Munari
Rosellina Archinto è scomparsa all’età di 93 anni a Santa Margherita Ligure (Genova). Curiosa, ottimista, audace, nata Rosellina Marconi, temperamento vigoroso, occhi azzurri e chioma ondulata, è sempre vissuta in mezzo ai libri. Già da bambina — prima di diventare la signora dell’editoria, pioniera del libro per l’infanzia, poi ideatrice di un raffinato marchio di epistolari nato quando su una bancarella parigina trova le lettere di Rainer Maria Rilke a un’amica veneziana — se li costruiva da sé, ritagliando le figure dai giornali e incollandole su quadernoni con cui narrava le sue storie.
Nata a Genova il 29 giugno 1933 in una famiglia della buona borghesia, milanese per adozione, alla Cattolica di Milano dove studia Economia (laurea nel 1957 con una tesi sul mercato del lavoro con Beniamino Andreatta) incontra il conte Alberico Archinto che sposerà a 23 anni e da cui avrà cinque figli. Il primo lavoro è una collaborazione con Giò Ponti, ma, poco dopo il matrimonio, parte per gli Stati Uniti dove rimane per un paio d’anni e frequenta dei corsi di psicopedagogia alla Columbia University. Lì scopre gli albi per bambini disegnati da grandi illustratori.
Intraprendente e anticonformista, tornata in Italia, nel 1966 inventa la Emme edizioni(dall’iniziale del suo cognome da ragazza), portando in libreria maestri stranieri come Maurice Sendak, Tomi Ungerer, Eric Carle, Mordillo e pescando tra i grandi di casa nostra: Leo Lionni, Iela Mari, Bruno Munari, Lele Luzzati, Enzo Mari. Nascono titoli raffinati per piccoli lettori, libri che piacevano molto ai grandi, un genere all’avanguardia che in Italia allora non esisteva: per questo nell’editoria c’è un prima e un dopo Rosellina Archinto. I primi due titoli di Emme edizioni, Piccolo blu e piccolo giallo di Lionni e Il palloncino rosso di Iela Mari, sono ormai dei classici, ora nel catalogo di Babalibri diretto dalla figlia di Rosellina, Francesca Archinto.
Il matrimonio con Alberico Archinto si rompe con grande scandalo sociale, come lei stessa ricorderà mezza Milano le toglie il saluto (leggi dopo) mentre nasce il legame con Leopoldo Pirelli che dura fino alla sua morte, nel 2007. Quarant’anni insieme, rigorosamente in case separate, con l’attenzione sempre rivolta ai figli e ai libri. Nel 1985 Rosellina vende Emme Edizioni e fonda la Rosellina Archinto Editore, specializzata in epistolari, saggi, biografie, con cui pubblica lettere di grandi autori come Mann, Gide, Wittgenstein, Montale e molti altri perché, diceva, «mi piacciono i libri con dentro del vissuto».
Nel 1988 fonda «leggere» una rivista che in 10 anni e 90 numeri, con interventi di autori come Zanzotto, Ceronetti, Starobinski, lascia un’impronta importante nella storia editoriale del nostro Paese. Dopo aver ceduto nel 2003 la maggioranza della nuova casa editrice, nel 2015, prima della fusione della Rcs con la Mondadori, ricompra tutte le quote, in nome dell’indipendenza.
La sua casa milanese è stata un cenacolo colto dove, negli anni, si sono incontrati scrittori, artisti, musicisti, architetti, non solo italiani, da Eco a Sottsass, da Gae Aulenti a Maurizio Pollini e, negli anni Settanta, anche Herbert Marcuse, allora faro della rivolta giovanile. Rosellina Archinto ha rappresentato quell’intellighenzia progressista che sapeva unire salotto e impegno, legata al valore del passato, ma aperta al nuovo, Rosellina Archinto è stata attiva in varie istituzioni e da Milano ha guardato al mondo, alla Francia soprattutto, che nel 2015, le ha conferito la Legion d’onore.
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dal Corriere della Sera
24 luglio 2021

Rosellina Archinto: «Lasciai mio marito

e Milano mi tolse il saluto.

Pirelli mi ha corteggiata per sei anni»

di Roberta Scorranese
L’editrice famosa per gli epistolari: nelle lettere molti grandi autori diventano una lagna
Rosellina Archinto, ma quello è un Lucio Fontana?
«Sì, e quello dietro è un disegno di Fausto Melotti. Poi ci sono i due magrittini, la mia passione. Quando ero giovane guadagnavo quarantamila lire al mese e sa che cosa ci compravo? Quadri. Oggi, ogni tanto, qualcuno dei miei figli viene qua e comincia a frignare: mamma, ma perché non mi dai questo, perché non mi dai quello? Manco per sogno, sono miei e finché campo me li voglio godere qui».
Milano, centro storico, una casa con terrazza e luce, tanti oggetti intorno, una intera libreria fatta solo di epistolari e una signora allegra che ride, parla e fuma come se avesse ancora vent’anni e ancora dovesse fare tutto quello che ha poi fatto: ha fondato tre case editrici (prima donna in Italia), una se l’è ricomprata a 82 anni, ha vissuto un matrimonio e un (secondo) lungo amore. Ha 88 anni, ma Rosellina Archinto è sempre la stessa: puntuta e divertente, gentile ma con una ruvidezza genovese.
A Genova, però, lei ci è rimasta poco.
«Era il 10 giugno del 1940 quando papà ci annunciò che era scoppiata la guerra. Ricordo che gli dissi: “Babbo ma finirà entro il mese, in tempo per il mio compleanno, vero?”. Mi rispose di sì. Ma poi ce ne dovemmo andare. Trieste, Conegliano, Venezia. Papà ebbe degli scontri con la Xª MAS, rischiammo grosso».
Poi Milano. Università Cattolica, giusto?
«Sì, a Economia noi donne eravamo delle mosche bianche, un paio, al massimo tre se la memoria non mi tradisce. Ricordo padre Agostino Gemelli che ci puntava addosso un artiglio minacciando: “Sei falsa, sei falsa”. Poi quando una andava al gabinetto ci trovava la scritta “Chi si trucca è falsa”. Che angoscia. Ma io il grembiule lo portavo slacciato, mica potevo ingabbiarmi in quel modo a vent’anni».
È stato alla Cattolica che ha incontrato il conte Archinto?
«Dolce, gentile. Oddio, forse un po’ troppo. Chiariamo una cosa: a me Alberico piaceva, gli volevo bene e del fatto che fosse nobile non me ne importava niente. Però dopo il matrimonio mi portò a vivere con i suoi. Con sua madre. E ho detto tutto. Poi abbiamo fatto cinque figli. In soli sette anni, eh».
Tanti.
«Sì, e quando nacque l’ultima andai dal mio ginecologo e gli dissi: “Adesso basta, chiudi tutto”. Lui rispose: “Te lo stavo per dire io».
Due anni a New York insieme e poi il ritorno in Italia, con la decisione di fare libri per bambini, sì, ma molto raffinati.
«All’epoca la letteratura per l’infanzia era una cosa orribile: bambine ricciolute, testi mielosi. Io volevo fare libri prima di tutto belli. Così alla Emme Edizioni chiamai Leo Lionni e Lele Luzzati, ma anche Bruno Munari. Erano artisti, cercavano la bellezza. Poi venne Enzo Mari, raffinatissimo. Ma lei pensa che questo mi fece ottenere credibilità a Milano?»
Perché no?
«Perché i grandi editori disprezzavano i miei “libretti”, così li chiamavano. Pensavano fosse il passatempo di una donna ricca e annoiata, non mi hanno mai preso sul serio. Tranne due persone: Giovanni Enriques, il patron della Zanichelli, e Giangiacomo Feltrinelli. Pensi che ero una delle poche persone che Giangi contattava una volta entrato in clandestinità».
Quanto pesava l’essere una donna?
«Tanto. Perché quella che era una raffinata forma di editoria d’arte diventava automaticamente un giocattolino se in mano a una donna, perdeva spessore. Però quelli veramente grandi capivano. Ricordo che a Portofino c’era Arnoldo Mondadori che, seduto in piazzetta, quando passavo io batteva a terra il suo bastone e diceva: “Sei brava, Archinto, sei brava”».
Poi un giorno lei lasciò il conte.
«Eravamo alla fine degli anni Sessanta, il divorzio manco c’era. Fu uno scandalo: una madre di cinque figli che lascia la casa. Mezza Milano mi tolse il saluto».
Addirittura?
«Sì, perché avevo abbandonato Alberico e mi ero messa con Leopoldo Pirelli. L’accusa, sottile, era che avevo lasciato un vero aristocratico per mettermi con un borghese ricco».
Come ha conosciuto Pirelli?
«A una cena in casa di amici. Facevamo i giochi di società, lui rimase colpito dal numero di risposte esatte che sapevo dare. Cominciò a corteggiarmi: lo ha fatto instancabilmente per sei anni, finché gli ho detto di sì».
Come la corteggiava?
«Me lo trovavo dappertutto. Un giorno salii sul treno per andare a Losanna per lavoro. Me lo trovai davanti. Gli dissi: “Ma dove vai?” E lui: “Io vado dove vai tu”. Mi amava, sì, mi amava».
E così lei alla fine capitolò.
«Ci mettemmo insieme nel 1971 ma io non ho mai divorziato da mio marito, non si usava. E con Poldo non abbiamo mai abitato assieme: avevo cinque figli, mica potevo dare loro un nuovo padre a cuor leggero. È andata benissimo così».
Veniamo alle lettere, agli epistolari che la sua casa editrice Archinto pubblica ormai da decenni. Come mai questo genere?
«Ma perché certi scrittori sono meglio nelle lettere che nei romanzi. Come Rilke, per dire».
Qual è stato il primo epistolario pubblicato?
«Le lettere di George Sand a de Musset. E poi 84 Charing Cross Road, ancora oggi un best seller. Mi capitarono tra le mani le lettere di Mahler alla moglie ma non le pubblicai».
E perché?
«Ma perché invece di chiederle come stava le parlava delle sue emorroidi! Come faccio a pubblicare Mahler che parla di emorroidi?».
Va detto che molti grandi scrittori nelle epistole diventano una lagna infinita.
«Ma davvero. Prendiamo Nietzsche: quando scrive alla mamma e alla sorella parla solo dei disturbi di stomaco e tempo brutto. Che rompi…».
Lei ha pubblicato da poco le lettere di Montale a Margherita Dalmati, alcune delle quali sono esplicitamente erotiche.
«Sì ma Montale si innamorava un giorno sì e uno no. Io l’ho conosciuto e quando l’ho incontrato mi tremavano le gambe: il premio Nobel, le poesie. Poi ho cominciato a pubblicare le sue lettere e mi sono cadute le braccia: gli piacevano tutte!».
Certo che leggendo decine di epistolari lei conosce le tresche di tutti.
«Può dirlo forte. E pensi che l’epistolario più bello non l’ho potuto pubblicare. Quello tra Alberto Savinio e una signora di Trieste. Niente di sconcio: lui prendeva il treno da Roma, lei dalla sua città e si incontravano alla Stazione di Milano. Si sedevano su una panchina e parlavano. Così per anni, una volta al mese. Capisce? Parlavano e basta. E quelle lettere, mi creda, sono bellissime. Ma la figlia mi supplicò di non pubblicarle. Vabbè».
Lei sta lavorando alle lettere di Sereni.
«Vittorio era simpaticissimo. Mi diceva, scherzando: “Non dire a mia moglie che a Francoforte ci divertiamo, sennò vuole venire pure lei”. Non aveva amanti, solo amici e amiche, eppure era fatto così».
Chi era il più donnaiolo di tutti?
«Mario Soldati. Impenitente. Ma pure Calvino non scherzava. Quando lui morì io volevo pubblicare le lettere a Elsa De’ Giorgi ma Chichita (la moglie, ndr) mi pregò di non farlo».
La Archinto ha un catalogo strepitoso. Non ingolosisce nessun grande editore?
«Molti si fanno avanti, a me piacerebbe che finisse in buone mani, vedremo. Il problema è che oggi nell’editoria non tutti puntano alla qualità e quello che faccio io è un lavoro che non è certo di quantità, bensì di cesello. Ecco perché a 82 anni ho ricomprato la casa editrice che nel frattempo era finita nella galassia Rizzoli. È stata ed è durissima, inutile nasconderlo. Ma sono fiera di quello che abbiamo fatto».
Lei ha incontrato editori leggendari.
«Il più grande di tutti secondo me era Livio Garzanti. Uomo duro, però pubblicava Parise e Pasolini, ma ci rendiamo conto? Oggi mi piace Antonio Franchini e, sempre della Bompiani, apprezzo la giovane Giulia Ichino».
Frequenta le altre signore dell’editoria?
«Sì, ma poco. Prendiamo Franca (nome di fantasia e tra poco si capirà perché, ndr): mi telefona e si lagna che non ci vediamo mai, ma ogni volta che vado a trovarla poi mi tocca pagare il tè con le paste al bar, che diamine».
È vero che scrive ancora le lettere a mano?
«Le mando ai miei nipoti, perché non sopporto gli sms o le altre diavolerie. Sa che in Australia ho un nipotino che non ho ancora conosciuto, nato da mio figlio che lavora lì? Se mi chiede quali sono oggi i miei desideri le rispondo che mi piacerebbe riprendere a muovermi, a viaggiare. Ogni tanto vado a Santa Margherita Ligure ma seduta sulla panchina sembro una pensionata, diomio. Non vedo l’ora che finisca questa emergenza sanitaria per riprendere la vita di prima».
Rosellina, lei sembra una donna brava a vivere e a godersi i momenti felici, è così?
«Sì, perché ho sempre fatto quello che ho voluto. Ho fatto scelte considerate scandalose, altre considerate visionarie, se non completamente pazze. Ma ho seguito la mia strada e io penso che la felicità sia proprio nella coscienza di aver fatto qualcosa che ci appartiene».
Molti pensano che lei sia ricca.
«Che sciocchezza. Per carità, sto bene, ma c’è tanta gente convinta che Leopoldo Pirelli alla sua morte mi abbia lasciato chissà che cosa. No, lui, giustamente, ha lasciato la casa ai figli, cosa di cui avevamo parlato a lungo e sulla quale eravamo pienamente d’accordo. A me ha lasciato solo quel quadro lì, lo vede? È un dipinto di Max Ernst».
Un po’ poco, mi permetta.
«Un po’ poco, sì, a ben pensarci».
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dal Corriere della Sera
23 agosto 2026

L’ex sindaco Giampiero Borghini:

«Proposi Archinto come sindaca,

ma arrivò il veto di La Malfa.

Con lei avremmo evitato la vittoria della Lega»

di Alessio Di Sauro
Borghini, sindaco socialista di Milano da gennaio 1992 a febbraio 1993, dopo l’arresto di Mario Chiesa e la crisi che travolse la giunta, propose che a prendere il suo posto fosse Archinto, consigliera eletta con il Pri
«Rosellina Archinto è la miglior sindaca che non abbiamo mai avuto. Ed è andata a un passo dal diventarlo».
Giampiero Borghini, sindaco socialista di Milano da gennaio 1992 a febbraio 1993, racconti.
«Ad aprile ‘92, dopo l’arresto di Mario Chiesa e la crisi che travolse la mia giunta, proposi che a prendere il mio posto fosse Archinto, consigliera comunale indipendente eletta con il Partito Repubblicano».
Cosa ne apprezzava?
«Sarebbe stata la prima donna, di capacità e cultura straordinarie. Ma arrivò un veto».
Da chi?
«Da Giorgio La Malfa in persona».
Ma lui era il segretario del Pri.
«Ed era all’opposizione. Disse che non se ne faceva niente, che non avrebbe sorretto la giunta nemmeno se a guidarla fosse stato un esponente del suo partito».
Perché?
«Era convinto che Mani Pulite avrebbe spazzato via i partiti di sinistra e che il Pri avrebbe colto i frutti di questa operazione».
Vennero travolti anche loro.
«Arrivammo fino al ‘93 con una giunta di responsabilità civica, ma con Archinto sindaca saremmo arrivati a fine legislatura. E avremmo evitato il commissariamento e poi la vittoria della Lega».

 

 

 

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