Omelie 2026 di don Giorgio: DOMENICA CHE PRECEDE IL MARTIRIO DI S. GIOVANNI IL PRECURSORE

23 agosto 2026: CHE PRECEDE IL MARTIRIO DI S. GIOVANNI IL PRECURSORE
1Mac 1,10.41-42; 2,29-348; Ef 6,10-18; Mc 12,13-17
Partiamo dalla seconda lettura, tratta dalla lettera di San Paolo agli Efesini, dove si parla dell’armatura di Dio come modello dell’armatura del credente. Istintiva potrebbe essere una certa nostra reazione come se Dio assumesse la figura di un guerriero. Eppure, già nell’Antico Testamento ci sono testi, vedi i libri di Isaia e della Sapienza, dove è Dio stesso a indossare corazza, elmo e mantello per difendere la verità e la giustizia contro il male. Quindi, si tratterebbe di un Dio guerriero? Attenzione: le immagini sono militaresche, ma da interpretare in senso spirituale. Si parla di corazza della verità o della giustizia e di elmo della salvezza o dell’equità. D’altronde, la nostra esistenza non è presentata come una lotta al male? Quante volte ancora oggi diciamo che bisogna combattere, reagendo al male. Pensate alla parola “agonia”: deriva dal greco e significa “lotta” o “combattimento”. L’evangelista Giovanni descrive il momento più cruciale di Gesù nell’orto del Getzemani come “agonia”, da alcuni tradotta con “angoscia”, in realtà “agonia” dice di più come se Gesù stesse lottando col volere del Padre. Una volta i rintocchi lunghi di una campana che oggi annunciano la morte di una persona erano per un parrocchiano che stava ancora lottando con la morte per invitare tutti i fedeli della comunità a pregare.
Torniamo all’armatura del cristiano. Ai miei tempi, quando ero ragazzino, si parlava della Cresima come del Sacramento che ci fa soldati di Cristo. E alcuni catechisti richiamavano l’armatura militare di san Paolo. Oggi si preferisce parlare di testimonianza. Il cresimato è chiamato a testimoniare la sua fede in Gesù.
I termini usati da Paolo riguardano l’equipaggiamento di difesa e di offesa del soldato romano: si parla di cintura, di corazza, di calzature, di scudo, di spada e di elmo. L’autore della Lettera agli Ebrei scrive che la Parola di Dio è come una spada a doppio taglio.
Una riflessione. «La vita interiore è un combattimento continuo, una lotta incessante fra luce e tenebre. Appena apriamo l’intelligenza e il cuore ad accogliere il Vangelo ecco che nella nostra mente si scatenano mille obiezioni, mille incongruenze e mille ostacoli. Esiste il Maligno e lavora, e noi crediamo che agisca per allontanarci dalla luce e dalla verità. Purtroppo oggi si parla troppo e male del demonio, diventato una specie di tragico eroe moderno, con un suo fascino e un suo seguito. La realtà è molto più sottile e semplice: spesso non ha nemmeno bisogno di agire nella nostra vita, aperti e disponibili come siamo nell’assecondare la parte buia di noi. È altamente improbabile che qualcuno di noi sia indemoniato, fidatevi! Lasciate le tentazioni ai santi, noi ci facciamo del male da soli. Ma oggi il Maestro ci rassicura e ci rasserena: se Lui, uomo forte, custodisce la porta della nostra vita non abbiamo da temere nessuna tentazione, nessuno ci può strappare dalla sua mano».
Passiamo alla terza lettura. Vediamo anzitutto il contesto. Siamo sulla spianata del tempio. Sono le ultime giornate di Gesù, prima di essere condannato a morte. Ma Gesù sembra insistere nel frequentare il tempio ogni giorno, anche se si rincorrono dispute e polemiche, a ondate, alla ricerca di un pretesto per prendere Gesù nel laccio e fermarlo una volta per tutte. Ed ecco la domanda trabocchetto del Vangelo di oggi: «Maestro. È lecito o no pagare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare, o no?».
E la cosa paradossale è che a porgli la domanda sono erodiani e farisei insieme, invisi gli uni agli altri: per i primi, collaborazionisti, Erode era una benedizione; per i farisei, indipendentisti, era una maledizione. Ma la storia ampiamente insegna come i poteri si coalizzino quando a sfidarli è una verità che li denuda, che mette in dubbio la loro affidabilità, smascherandone gli abusi, quando vedono profilarsi il pericolo di una verità che libera.
Le parole degli inviati trasudano di ipocrisia, ma nello stesso tempo svelano il segreto di quella opposizione dura, senza sconti, nei confronti di Gesù. Perché è pericoloso il Rabbì di Nazaret e perché va fermato il prima possibile? Proprio perché è uno spirito libero e non guarda in faccia a nessuno, niente e nessuno può intimorirlo.
E Gesù approfitta di una domanda ipocrita per segnare una divaricazione incolmabile nei secoli tra ciò che dobbiamo a Cesare e ciò che dobbiamo a Dio. In questione sono Cesare e Dio. A Cesare il tributo perché è tuo dovere contribuire al bene della casa comune, a tutto ciò che viene promosso per la tutela e la dignità di ciascuno, per una convivenza giusta e fraterna. “Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare”. Ma subito Gesù divarica con una “e”, che è disgiuntiva: ”e quello che è di Dio, a Dio”. Come dicesse: “ma a Dio, quello che è di Dio”. Gesù allora si fa portare un denaro. Vuole che leggano l’iscrizione: su un lato del denaro l’iscrizione era “Tiberio Cesare figlio del divino Augusto, lui stesso Augusto”; sull’altro: “Pontefice Massimo”, e c’era anche l’immagine di una donna seduta, simbolo della pace, forse Livia, madre di Tiberio. Se estraggono la moneta, è perché la usano, vengono pagati con questa moneta e al mercato comprano e vendono con questa moneta. Anzi, proprio perché la mostrano, fanno capire di non avere scrupoli di usarla, salvo il momento di pagare le tasse. Ma la moneta è essenziale per la ricchezza, il commercio, la stabilità delle strade, la pace, che tutti utilizzano. Allora “Voi pagate, “restituendo” (questo è il vero significato del testo) a Cesare quello che è opera dell’impero” e quindi, giustamente pagate le tasse per un servizio che tocca tutti. Non c’è ragione per un’evasione fiscale: e questo esaurisce il rapporto con l’impero. Resta tutto l’altro: “Restituite a Dio quello che è di Dio” che è ogni sua creatura che porta l’immagine di Dio, come la moneta l’immagine dell’imperatore. E si restituisce a Dio, perché lui è il Creatore dell’universo. Restituire vuol dire migliorare quel mondo che il Signore ha fatto con sapienza ma che noi talora deturpiamo. Il verbo greco “apòdote” non vuol dire date, ma restituite, pagate ciò che è dovuto. Non è un dono che noi facciamo alle autorità civili, o a Dio stesso. È un dovere diciamo sociale o civico, ed è un dovere religioso. La società civile ci offre dei servizi e noi dobbiamo corrispondere pagando le tasse, che vanno a beneficio del bene comune. Così nei riguardi di Dio, dobbiamo collaborare con la sua grazia. Che cosa possiamo dare a Dio di nostro? Nulla! Dobbiamo invece restituirgli ogni dono ricevuto a beneficio dell’umanità.
Ma attenzione. Quando una autorità, non importa quale sia il colore o la sfera in cui opera, la fa da Dio e ti chiede di inginocchiarti, tu sei chiamato in nome di Dio a resistere. Ogni volta che invade presuntuosamente ogni campo nel tentativo di orchestrare il consenso, sino a soggiogare i pensieri e le coscienze, tu sei chiamato in nome di Dio a resistere.
Tu non ti vendi.

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