
da www.quirinale.it/it
Intervento del Presidente della Repubblica
Sergio Mattarella
in occasione della Cerimonia di consegna
delle Stelle al Merito del Lavoro per l’anno 2026
Rivolgo un saluto e mi congratulo con gli insigniti delle Stelle al Merito del Lavoro, con coloro che le hanno ricevute e con quanti si apprestano a riceverle in questa occasione.
Così coronano un impegno lavorativo lungo una vita, impegno che è stato apprezzato per competenza, dedizione, intelligenza e passione.
In questa occasione facciamo anche ricordo delle vittime sul lavoro della miniera di Arsia, nel 1940: ho aderito volentieri alle sollecitazioni rivolte dalla Federazione Maestri del Lavoro e dal Ministero del Lavoro per ricordare con un riconoscimento, sia pure di memoria, questi lavoratori che hanno perso la vita in quella drammatica catastrofe mineraria. A loro viene rivolto il nostro pensiero.
Saluto tutti i presenti qui convenuti in questa occasione, particolarmente il Presidente della Camera, il Vicepresidente del Senato, quello della Corte costituzionale e tutti i presenti. Benvenuti in questa importante occasione al Quirinale.
Il lavoro, come ha ricordato il Presidente Peressutti, esprime, per ciascuno, identità personale e, al tempo stesso, quella di una comunità specifica e ampia.
È il mondo del lavoro che oggi si ritrova qui al Quirinale. L’ottantesimo anniversario della Repubblica induce a sottolineare, ancora una volta, che il lavoro è posto alla sua base.
La vostra testimonianza, individuale e collettiva, è legata al senso del lavoro, all’etica civile che alimenta la vita della società, al primato della persona. Primato che va ribadito nelle vorticose trasformazioni che rischiano di incoraggiare pretese egemoniche di tecnocrazie che utilizzano le stesse tecno-scienze, alle volte per ottenere un potere basato non sulla democrazia bensì sul profitto economico.
Il lavoro: luogo simbolo della dignità della persona, dove ognuno afferma il proprio talento, la propria professionalità, dove nessuno può essere asservito e dove ciascuno, con la propria capacità, contribuisce al bene comune, a quello della propria famiglia e della propria comunità.
Il lavoro sta cambiando alla velocità che contrassegna l’epoca in cui viviamo.
È avvenuto così per ogni momento di passaggio e di trasformazione.
L’intelligenza artificiale sta svolgendo in questo una parte preponderante, incidendo in modo profondo sulla struttura della società, sui tempi e sugli spazi nella vita di ciascuno.
La previsione dell’introduzione di robot umanoidi – nell’ordine di decine di migliaia nei prossimi anni – interroga il rapporto tra persona e lavoro.
Vorremmo evitare che, tra qualche decennio, questa cerimonia possa essere sostituita da un concorso per l’umanoide più solerte.
Dobbiamo osservare che dipende da noi, dipende dall’umanità.
Occuparsi di problemi che erano futuribili, e oggi sono realtà, significa dotarsi di una riflessione matura che affermi con chiarezza che ciò cui non intendiamo rinunciare è la centralità della persona.
Le tecnologie sempre più complesse, fino alle ultime generazioni dell’intelligenza artificiale, vanno rese alleate del benessere e della civiltà umana.
Non dobbiamo temerle, né guardarle con sospetto o con ostilità, con un tardivo ritorno neo-luddista.
La condizione irrinunciabile è che il governo delle trasformazioni, la responsabilità delle scelte strategiche, le regole del loro impatto sociale siano sempre nelle mani delle donne e degli uomini, delle loro comunità.
È una responsabilità di cui l’Unione Europea appare consapevole, dato che intende promuovere uno sforzo per piattaforme digitali e forme di intelligenza artificiale su base continentale, a partire dal raddoppio, per il 2030, del numero di specialisti dedicati all’ICT (information, communication, technology).
Creatività, ingegno, un’organizzazione rispettosa dei valori dell’uomo, sono caratteri inalienabili del lavoro come espressione e realizzazione di libertà.
È stato l’impegno delle organizzazioni dei lavoratori nei secoli scorsi.
Vogliamo che le macchine diano più efficienza e precisione, desideriamo che facciano aumentare le nostre capacità, la sicurezza sui luoghi di lavoro e riducano fatiche e bisogni.
Le macchine al servizio della persona e non viceversa.
Non intendiamo che possano svilupparsi – anche attraverso un uso perverso di logaritmi – nuove, insidiose forme di asservimento.
La ipotizzata fine del lavoro – proposta come superamento da chi lo considera erroneamente una forma di alienazione – è visione che può condurre a una compressione della stessa libertà e a una organizzazione sempre più duale dei diritti nella società.
Una società divisa tra pochi ricchi Epulone e tanti, tanti Lazzaro.
È un passaggio decisivo, quindi.
Lo è per il nostro continente, l’Europa, chiamata a difendere i valori della propria civiltà e a sostenere il proprio modello sociale: può farlo soltanto mediante innovazioni – e governandole – avversando atteggiamenti secondo i quali un’appropriata dinamica salariale, anziché rappresentare il corrispettivo della dignità dei lavoratori, sia costo da ridurre per ottenere competitività, mentre, al contrario, gli investimenti diretti alla sostituzione della forza lavoro, a prescindere dalla loro efficacia, siano benvenuti. Questo va affermato senza alcuna indifferenza nei confronti del necessario incremento della produttività delle aziende.
E – per quanti non considerassero elemento costruttivo il dialogo e la dialettica sociale caratteristica delle relazioni nel mondo del lavoro – senza voler prestare attenzione agli scenari apocalittici di rivolta delle macchine descritti in tanti romanzi e pellicole.
Vi è una considerazione che appare ineludibile.
Il potere si organizza in istituzioni condivise e democratiche per assicurare il benessere dell’intera società.
Ecco perché il lavoro è veicolo di democrazia, contribuisce alla qualità della coesione di una società civile.
Il lavoro, la sua cultura, la sua etica – e voi ne siete puntuale testimonianza e dimostrazione – genera idee, pluralità, diffonde benessere, costruisce relazioni, dunque comunità.
La Federazione dei Maestri del Lavoro svolge un’opera preziosa. L’ha definita la Ministra Calderone poc’anzi Infrastruttura sociale.
Il suo impegno di formazione rivolto ai giovani, a partire dalle scuole, costituisce una semina per il futuro.
Una società coesa è una società che dà forma e sostanza alla propria sicurezza.
La coesione favorisce la partecipazione, induce ad avvertire il bene comune come proprio. Aiuta la stessa economia e le istituzioni.
È l’esempio che voi Maestri del Lavoro date con le vostre attività.
Offrite una testimonianza autentica e appassionata, mettendo la memoria a servizio del futuro da affidare ai nostri giovani, ai quali va data fiducia, ampiamente e concretamente.
La Repubblica ha bisogno della vostra passione.
Auguro ai Maestri del Lavoro che da anni riversano il loro impegno nel volontariato e ai nuovi Maestri, che presto vi contribuiranno con rinnovata energia e creatività, di continuare.
Grazie per quello che fate!
Palazzo del Quirinale, 22/10/2026 (II mandato)
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