Vent’anni fa moriva Luca Coscioni, le sue parole: «Da vivo ho dimostrato che si può parlare essendo muti»

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20 febbraio 2026

Vent’anni fa moriva Luca Coscioni,

le sue parole: «Da vivo ho dimostrato

che si può parlare essendo muti»

A vent’anni dalla morte di Luca Coscioni, il ritratto dell’uomo che trasformò la malattia in una battaglia pubblica per la libertà di ricerca scientifica e l’autodeterminazione. Una voce che fa ancora rumore
di Alessia Arcolaci
La libertà come eredità. Si potrebbe tradurre così in sintesi la vita di Luca Coscioni, morto vent’anni fa, il 20 febbraio 2006. «Il mio corpo è fragile, ma la mia voce può essere forza per chi non ha voce». Aveva 38 anni, una diagnosi di sclerosi laterale amiotrofica e una voce che, quando il corpo aveva ormai ceduto, continuava a farsi sentire attraverso un sintetizzatore. «Da vivo ho dimostrato che si può parlare essendo muti», disse. Non era una frase a effetto: era la sintesi di una traiettoria umana e politica che aveva trasformato la malattia in un atto di accusa contro le proibizioni e le inerzie dello Stato.
Economista, radicale, militante per la libertà di ricerca scientifica, Coscioni non accettò mai che la propria condizione restasse un fatto privato bensì responsabilità pubblica. Nel 2000 viene eletto online nel Comitato dei radicali presieduto da Marco Cappato. 
L’anno dopo è capolista della Lista Bonino-Pannella, sostenuto da oltre cento Premi Nobel nella battaglia per legalizzare la ricerca sugli embrioni. L’Italia approva nel 2004 la Legge 40, una delle normative più restrittive d’Europa sulla procreazione medicalmente assistita. Per Coscioni quella legge rappresenta il simbolo di una politica che teme la scienza e limita la libertà delle persone.
«Le nostre esistenze hanno bisogno di libertà per la ricerca scientifica. Ma non possono aspettare. Non possono aspettare le scuse di uno dei prossimi Papi». E ancora: «La scienza non è un privilegio, è un diritto universale di chiunque voglia salvare vite e ridurre sofferenze». Infine: «Dunque una battaglia che non può che darci maggiore consapevolezza del valore della libertà e della ricerca scientifica, imprescindibili per il progresso e la democrazia». Nel 2002 fonda l’Associazione Luca Coscioni, destinata a diventare uno dei principali motori delle battaglie civili in Italia. Il suo motto nasce da un’intuizione semplice e radicale. «Chi è malato non deve solo ricevere cure, ma deve avere il diritto di scegliere e partecipare alle decisioni che riguardano la propria vita».
Intanto la malattia avanza. La SLA gli toglie il movimento, la parola, l’autonomia. Ma non la determinazione. «Non posso che vivere il tempo dando più fiato possibile, che è anelito d’amore e di speranza, a questa storia di libertà e civiltà». Ogni intervento pubblico diventa un atto politico. «La malattia non è un limite alla libertà, è un’opportunità per affermare la propria dignità». E ancora: «Ogni limite diventa possibilità quando lo affrontiamo con intelligenza, coraggio e determinazione». Muore il 20 febbraio 2006, dopo aver rifiutato la tracheotomia che gli avrebbe prolungato la vita attaccato a una macchina, all’indomani del Congresso mondiale per la libertà di ricerca scientifica che aveva fortemente voluto. Alla vigilia di nuove elezioni politiche. Fino all’ultimo, la sua è una vita esposta, coerente con l’idea che autodeterminazione e responsabilità siano inseparabili. Il privato è politico.
Oggi il solco tracciato da Coscioni ha prodotto effetti concreti. L’Associazione che porta il suo nome ha contribuito in modo decisivo allo smantellamento dei divieti più rigidi della Legge 40: via libera alla fecondazione eterologa, alla diagnosi genetica preimpianto, all’accesso alle tecniche per coppie portatrici di patologie genetiche. Sul fine vita, la sentenza 242 del 2019 della Corte costituzionale, arrivata dopo il caso Cappato–Dj Fabo, ha aperto alla non punibilità dell’aiuto al suicidio in presenza di precise condizioni. Eppure molte delle battaglie restano aperte. In Italia è tuttora vietata la ricerca sugli embrioni crioconservati non idonei a una gravidanza, mentre altri Paesi europei avanzano nella sperimentazione sulle cellule staminali embrionali per malattie neurodegenerative come il Parkinson. Persistono diseguaglianze territoriali nell’accesso alle cure, ritardi sulle terapie per le malattie rare, ostacoli normativi che frenano l’innovazione.
«La memoria di Luca Coscioni si traduce in un impegno attuale: ogni avanzamento scientifico e legislativo realizzato oggi è anche il frutto del coraggio di chi ha saputo trasformare la propria sofferenza in una forza di cambiamento civile e democratico», commentano Marco Cappato e Filomena Gallo, Tesoriere e Segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni. «L’anniversario della sua morte rappresenta anche un’occasione per una doppia richiesta al Governo: l’Italia non dimentichi Luca, la ricerca che dà speranza contro il Parkinson è ancora proibita, va legalizzata. Il Governo intervenga anche sulle terapie orfane, abbandonate perché non profittevoli, e sblocchi la ricerca Holostem». A vent’anni dalla sua morte, la voce di Luca Coscioni continua a fare rumore.

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