24 agosto 2014: Domenica che precede il Martirio di S. Giovanni il Precursore
1Mac 1,10.41-42; 2,29-38; Ef 6,10-18; Mc 12,13-17
Ero tentato di soffermarmi sul brano del Vangelo, che contiene una delle frasi più note: “Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio”. Solitamente diciamo: “Date a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio”. Se c’è una frase di Gesù citata quasi sempre a sproposito nel corso dei secoli, è proprio questa. Non avete l’idea di come ne sia stato storpiato il senso. Già quel “date” a Cesare traduce male il verbo originale greco, che dice invece “restituite”. C’è una certa differenza tra dare e restituire. Ma la cosa più scorretta è citare questa frase fuori dal contesto. Ho letto qualche esegesi del brano, e vi dico che le parole di Gesù non sono così facili da intuire immediatamente, e che perciò è pericoloso darne una frettolosa interpretazione. Siccome l’omelia non è di per sé una esegesi di un brano della Bibbia (richiederebbe un tempo più lungo), ma dovrebbe stimolare a riflettere, applicando il brano alla realtà esistenziale, non vorrei rischiare di cadere nella banalità, anche con delle riflessioni interessanti, ma fuori dal contesto. So di aver preso alcuni minuti, ma ho ritenuto opportuno dirvi la ragione per cui mi soffermerò invece sulla prima lettura della Messa.
Il brano è contenuto nel primo libro dei Maccabei. Diciamo subito che i libri dei Maccabei sono due opere distinte che affrontano, da angolature diverse e in forme differenti, le vicende vissute dagli ebrei sotto il dominio dei Seleucidi, i discendenti di Seleuco, uno dei generali di Alessandro Magno, che avevano sotto il loro dominio l’area siro-palestinese, perciò anche la terra abitata dagli ebrei. Uno di questi sovrani, Antioco IV, nel secondo secolo a.C., aveva imposto a tutto il proprio regno un modello di società, di legislazione, di cultura e di religione di impronta greca o ellenistica.
Già questo vi fa capire quanto poco saggi fossero questi sovrani, a differenza ad esempio dei romani, i quali avevano adottato il principio secondo cui ogni popolazione conquistata poteva venerare le proprie divinità. I romani ragionavano più o meno così: Tenetevi pure la vostra religione, adorate pure i vostri idoli, sul resto dovete obbedirci in tutto! Gli studiosi parlano di tolleranza religiosa dell’Impero romano, io invece parlerei di grande opportunismo politico. Liberi di professare la propria fede, ma schiavi! Per essere ancor più completi, i romani usavano anche altri metodi per tener buoni gli schiavi: “panem et circenses”, ovvero: un po’ di pane, e tanti divertimenti!
In realtà, questi metodi dei romani non funzionavano con tutti i popoli: gli ebrei ad esempio non accettavano neppure l’idea di essere soggetti a qualcuno, in nome di quel primato di Dio, che nessuno poteva mettere a rischio, e non potevano certo accettare alcuna immagine idolatrica. Non usavano neppure le monete straniere, perché, per gli ebrei rigidamente monoteisti, era blasfemo toccare una moneta con l’immagine dell’imperatore, tanto più che le parole scritte sulla moneta inneggiavano alla sua divinità. Se gli ebrei erano ostili anche a pagare le tasse, per evitare di essere complici del dominio romano, i cristiani, pur rispettando i doveri verso lo Stato, troveranno sempre l’ostilità dell’Impero non tanto perché credevano nel loro Dio, ma perché credevano in quel Cristo, ritenuto pericoloso per le sue idee rivoluzionarie.
In poche parole, i romani non hanno mai accettato il cristianesimo, anzi lo hanno osteggiato, perché socialmente ostile alla struttura imperiale, fondata sulle ingiustizie sociali.
Se gli ebrei non hanno accettato neppure l’Impero romano, nonostante la sua tolleranza religiosa, non potevano certo accettare quei regimi che mettevano a rischio la loro fedeltà all’unico Dio. E così, di fronte alle imposizioni di Antico IV a violare i loro precetti, gli ebrei più devoti si ribellarono. Penso che anche allora ci fossero gli infedeli, coloro a cui interessava poco l’Alleanza e che perciò si adattavano facilmente alle circostanze, per salvare la pelle e i loro interessi. La nazione è riuscita sempre a salvarsi, ma per merito di quei giusti che costituivano solo un minuscolo gruppo, gli “anawim”, i poveri di Dio, nel senso di devotissimi, nonostante tutto. Ogni epoca aveva i suoi umili eroi, sempre pronti a dare la vita per la causa della loro fede. E su questi fedelissimi Dio poneva il suo sguardo misericordioso e di perdono anche per i peccati del popolo infedele.
Dunque, Antioco IV, detto Epifane (“colui che si manifesta con splendore”: veramente strani questi appellativi!), volle imporre a tutto il suo regno una cultura e una religione, di origine greca (da qui il nome ellenismo), mischiata anche a elementi tipicamente orientali (insomma un miscuglio), che era in netto contrasto con la cultura e la religione ebraica, nota per il suo puro monoteismo (un unico Dio, il cui nome addirittura era impronunciabile).
I tentativi di questi re o potenti (dico tentativi perché in realtà furono sempre fallimentari) non erano altro che la continuazione del mito della Torre di Babele, ovvero della imposizione di un disegno unico, ciò che oggi chiamiamo globalizzazione forzata agli ordini del Pensiero unico. A proposito della Torre di Babele, anche qui il mito non va interpretato alla lettera, ma secondo le intenzioni dell’autore sacro: finora si è sempre pensato che le diverse lingue che avrebbero confuso i lavoratori che perciò dovettero desistere dall’impresa di sfidare Dio, siano state una punizione divina. Invece, è l’esatto contrario. Dio ha sfidato il Pensiero unico, rappresentato dalla Torre, con la benedizione della pluralità del linguaggio, che rappresentava la molteplicità delle culture e delle razze e anche delle religioni. Vorrei che non dimenticassimo che il mito della Torre di Babele o del Pensiero Unico è stato la tentazione anche della religione, soprattutto delle religioni monoteistiche. Cerchiamo di ricordare: anche la Chiesa che cosa ha fatto con le popolazioni indigene, distruggendo talora i loro riti, le loro tradizioni, le loro culture?
L’imposizione del re Antioco IV non poteva essere accettata dagli ebrei osservanti, che reagirono energicamente dando vita a una vera e propria rivoluzione capeggiata da Giuda, soprannominato Maccabeo (termine che può significare “martello”), che coagulò attorno a sé un vero e proprio esercito partigiano, destinato a opporsi alle forse siro-ellenistiche del re.
Non dobbiamo pensare che tutto si sia deciso solo con l’intervento dell’esercito ebraico, agli ordini di Giuda Maccabeo. I due libri dei Maccabei narrano episodi, in realtà non tutti edificanti (ci furono ebrei traditori che si vendettero al nemico, anche per paura di morire), ma che fanno capire quanto tra la gente comune ci fosse chi era pronto a tutto, pur di non cedere al tradimento della propria fede.
Il brano della Messa narra un episodio che fa capire fino a che punto arrivasse la fedeltà degli ebrei alla legge divina. Non giudichiamo il fatto con gli occhi di noi moderni. Cerchiamo di scoprirne il senso profondo così da raccogliere un insegnamento anche per noi moderni.
Un gruppo di Giudei rifugiati sulla montagna viene attaccato da un distaccamento di soldati siriani. Questi, numerosi e armati, impongono di uscire dalla loro caverna e di arrendersi. È un giorno di sabato, perciò giorno di riposo. Gli assediati vogliono rispettare la legge: non possono muoversi, e perciò non si arrendono. I soldati approfittano di questo vantaggio, massacrandoli tutti: uomini, donne e bambini.
Oggi, con la nostra mentalità, non ci saremmo comportati così. Ci saremmo difesi, o saremmo fuggiti. Del resto, già Cristo aveva detto: il sabato o la legge è al servizio dell’uomo, e non viceversa. Ma quel gesto eroico di fedeltà alla legge è rimasto a lungo nella memoria del popolo ebraico. Un gesto senz’altro discutibile: la legge di Dio rispetta la vita che precede qualsiasi legge. Dio non ci chiede la nostra morte. Ma una cosa va detta: oggi è venuto a mancare il senso del sacrificio, del dovere. Non ci si sacrifica per Dio: Dio non vuole i nostri sacrifici. Ci si sacrifica per il nostro bene. Se dobbiamo dare la vita, è per il bene dell’umanità, da intendere non tanto nel suo insieme di valori astratti, ma a partire dal proprio contesto esistenziale. Non è una legge esteriore che mi impone di farlo, ma la nostra coscienza di esseri umani. Sostituiamo allora la parola legge con la parola coscienza, e le cose le vedremmo in un altro modo. Non è tanto Dio che mi impone di agire in un certo modo, non è la religione e tanto meno lo Stato che mi impongono di essere onesti o altruisti: l’onestà fa parte del nostro essere umano, così il senso di appartenenza al genere umano.
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