
da www.huffingtonpost.it
23 Agosto 2026
Dieci anni senza casa.
Ricostruire l’Appennino significa
ripopolare anche con misure forti
di Giovanni Lattanzi
È tanto tempo, ancor di più per un piccolo paese di montagna come Castelsantangelo sul Nera, cuore del cratere del terremoto del 2016. Perché mentre aspetti che tornino le case rischiano di andarsene le persone, di chiudere i servizi, di indebolirsi le attività economiche e di sfilacciarsi, lentamente, la trama sociale. Alla fine rischiamo forse di avere paesi perfettamente ricostruiti, ma comunità sempre più piccole
(di Giovanni Lattanzi, presidente di AOI – Associazione delle Organizzazioni Italiane di Cooperazione e Solidarietà Internazionale)
Il 24 agosto saranno dieci anni da quando la mia casa a Castelsantangelo sul Nera è diventata inagibile, e dieci anni, nella vita di una persona, sono un tempo enorme. Per un piccolo paese di montagna possono esserlo ancora di più, perché mentre aspetti che tornino le case rischiano di andarsene le persone, di chiudere i servizi, di indebolirsi le attività economiche e di sfilacciarsi, lentamente, quella trama sociale che tiene insieme una comunità.
Castelsantangelo sul Nera è nel cuore del cratere del terremoto del 2016 ed è uno dei luoghi che più raccontano la violenza di quelle scosse. Un solo dato basta a dare la misura di ciò che è accaduto: secondo la Struttura commissariale è il Comune del cratere che ha prodotto la maggiore quantità di macerie, oltre 75 milioni di chilogrammi.
Eppure, dieci anni dopo, una parte fondamentale della ricostruzione deve ancora partire. Non scrivo queste parole per cercare un colpevole, perché in questi anni sono cambiati governi, commissari, norme, ordinanze e procedure e sarebbe sbagliato non riconoscere che negli ultimi anni la ricostruzione ha accelerato. Ma i numeri complessivi del cratere rischiano di nascondere le differenze tra territori e non rispondono a una domanda molto semplice: a chi deve rivolgersi un cittadino quando, dieci anni dopo, non è ancora nelle condizioni di ricostruire casa propria?
Quando una pratica si ferma, una decisione tarda o la ricostruzione privata dipende da un’opera pubblica, la responsabilità sembra disperdersi tra proprietari, consorzi, tecnici, Comune, Regione, Struttura commissariale e Stato, mentre l’unica cosa certa è che il tempo continua a passare.
A Castelsantangelo sul Nera, come a Visso e Ussita, esiste inoltre una difficoltà ulteriore, perché non si tratta soltanto di ricostruire gli edifici distrutti, ma di intervenire in un territorio fragile dal punto di vista idrogeologico, segnato da frane, corsi d’acqua e colate detritiche, dove sicurezza del territorio, opere pubbliche e ricostruzione privata finiscono inevitabilmente per intrecciarsi.
È una complessità reale, ma proprio per questo dopo dieci anni la domanda diventa inevitabile: possibile che sia stato necessario aspettare così a lungo?
Nel maggio del 2026 è stata avviata la gara per circa 13,9 milioni di euro destinata agli interventi di salvaguardia geologico-idraulica di Castelsantangelo sul Nera. È certamente una buona notizia, ma mette anche in evidenza il paradosso: opere che condizionano direttamente la ricostruzione di abitazioni distrutte nel 2016 arrivano alla fase di gara dieci anni dopo il terremoto.
C’è poi una seconda questione che riguarda direttamente chi inizierà a ricostruire soltanto ora, non perché abbia perso tempo o non abbia voluto presentare un progetto, ma perché per anni è stato condizionato da demolizioni, pianificazione urbanistica, dissesto idrogeologico o opere pubbliche che non dipendevano dai proprietari.
Negli anni scorsi il Superbonus al 110 per cento, integrandosi con il contributo sisma, aveva consentito in molti casi di coprire i costi che altrimenti sarebbero rimasti a carico delle famiglie e di ricostruire edifici più sicuri ed efficienti. Quel sistema si è concluso il 31 dicembre 2025 e nel 2026 sono intervenute nuove disposizioni e nuovi strumenti.
Ma la domanda deve avere una risposta semplice: chi ricostruisce oggi, dopo aver aspettato per ragioni che non dipendevano da lui, avrà la certezza di non dover sostenere costi che non avrebbe avuto se fosse stato nelle condizioni di partire cinque o sei anni fa?
Il principio dovrebbe essere chiarissimo: nessun cittadino può essere economicamente penalizzato perché il sistema della ricostruzione non gli ha permesso di partire prima. Se una casa viene ricostruita dieci o dodici anni dopo il terremoto, il maggiore costo prodotto dal tempo, dall’aumento dei materiali, dalle nuove prescrizioni tecniche o dagli standard energetici non può essere scaricato sulle famiglie.
Ma la questione che oggi mi preoccupa ancora di più è un’altra. Possiamo ricostruire perfettamente Castelsantangelo sul Nera e scoprire, alla fine, che non abbiamo davvero ricostruito Castelsantangelo, perché un paese non è fatto soltanto di case, strade e piazze, ma di persone, servizi, lavoro e relazioni.
Il declino demografico era iniziato prima del terremoto, ma il sisma ha accelerato una fragilità già esistente e questi dieci anni rischiano di aver trasformato lo spopolamento in una vera emorragia. Oggi a Castelsantangelo non abbiamo più un medico stabile, non abbiamo una banca, la farmacia apre soltanto per poche ore e, per fortuna, resta ancora l’ufficio postale tre giorni alla settimana.
Da lontano possono sembrare dettagli, ma per chi vive qui sono la vita quotidiana. Ogni servizio che scompare rende più difficile restare e ogni persona che se ne va rende più difficile mantenere il servizio successivo. Alla fine rischiamo di avere paesi perfettamente ricostruiti, ma comunità sempre più piccole.
Contributi per trasferirsi e insediarsi, mutui garantiti dallo Stato, affitti calmierati e servizi essenziali garantiti, sanità, scuola, trasporti e connessioni digitali. Servono inoltre politiche per il lavoro anche a distanza, incentivi per imprese e professionisti, formazione digitale e procedure rapide per chi lavora da remoto, trasferisce qui la propria attività o avvia nuove iniziative. Misure abbastanza forti da rendere conveniente restare, tornare o trasferirsi.
Io partirei da dieci Comuni simbolo del terremoto e della complessità della ricostruzione: Accumoli, Amatrice, Arquata del Tronto, Camerino, Castelsantangelo sul Nera, Muccia, Norcia, Pieve Torina, Ussita e Visso.
Non perché fuori da questi confini non esistano danni o problemi di spopolamento, ma perché una sperimentazione deve partire da un perimetro ristretto, essere finanziariamente sostenibile e soprattutto poter essere valutata nei risultati.
Per questi territori immagino una fiscalità straordinaria della durata di dieci anni, per chi già vi vive, per chi decide di tornare e per chi vi trasferisce realmente la propria residenza. Nel primo anno l’IRPEF dovrebbe essere azzerata, nel secondo ridotta del 90 per cento, poi dell’80, del 70 e del 60 per cento, mentre dal sesto al decimo anno la riduzione potrebbe stabilizzarsi al 50 per cento. Nell’intero periodo il beneficio sarebbe equivalente a sei anni e mezzo di tassazione.
È una misura forte, ma se vogliamo convincere una famiglia a tornare ad Amatrice, un professionista a lavorare da Castelsantangelo o un giovane a vivere a Visso dobbiamo offrire condizioni realmente diverse da quelle ordinarie.
La prima obiezione sarà naturalmente il costo. Mi sono fatto aiutare dall’intelligenza artificiale per fare delle stime. Una stima prudenziale colloca il gettito IRPEF interessato nell’ordine di 25-35 milioni di euro all’anno. Con il decalage proposto il costo lordo complessivo potrebbe attestarsi tra 160 e 230 milioni in dieci anni, mediamente fra 16 e 23 milioni l’anno.
Ma questo è il costo lordo. Se la misura riuscisse davvero a invertire la tendenza demografica, il conto sarebbe diverso. Un obiettivo realistico potrebbe essere riportare o attrarre nell’arco del decennio circa 1.500-2.000 nuovi residenti, attraverso rientri, nuovi insediamenti, nuove opportunità di lavoro e attività economiche. Considerando in maniera prudente il maggiore gettito prodotto da nuova occupazione, consumi aggiuntivi, IVA, contributi e attività imprenditoriali, si può ipotizzare un recupero nell’ordine di 30-50 milioni di euro nel decennio.
Il costo netto della misura scenderebbe quindi indicativamente a 110-200 milioni in dieci anni, con un valore centrale intorno ai 15 milioni di euro l’anno.
È una stima, naturalmente, non una previsione. Ma permette di comprendere l’ordine di grandezza della scelta, vale la pena investire circa 15 milioni netti l’anno per provare a fermare lo spopolamento dei territori più colpiti dal terremoto?
Io credo di sì, soprattutto perché dovremmo chiederci anche quanto costerebbe non farlo, dopo aver investito miliardi per ricostruire case, scuole, strade e infrastrutture destinate a territori che continuano a perdere abitanti.
E naturalmente le tasse da sole non bastano. Servono connessioni digitali, sanità di prossimità e medici presenti sul territorio, trasporto a chiamata, servizi scolastici e per l’infanzia organizzati su scala territoriale, comunità energetiche, coworking, incentivi alle imprese, recupero delle abitazioni vuote e politiche per turismo sostenibile, agricoltura di qualità, economia delle foreste e lavoro digitale.
Questi dieci Comuni potrebbero diventare una Zona speciale dell’Appennino centrale, un laboratorio nazionale nel quale sperimentare fiscalità differenziata, servizi condivisi, innovazione e nuove politiche per le aree interne, misurando dopo cinque anni quante persone sono tornate, quante imprese sono nate, quanti bambini sono arrivati e quanti servizi siamo riusciti a mantenere o riaprire.
Perché ogni abitante che torna significa una casa occupata, consumi e domanda di servizi; ogni nuova impresa significa lavoro; ogni bambino significa una ragione in più per tenere aperta una scuola.
Il 24 agosto guarderò ancora una volta la mia casa inagibile e continuerò a pormi una domanda alla quale, dopo dieci anni, non possiamo più evitare di rispondere: quanto tempo può aspettare una persona per tornare a casa propria e, soprattutto, quanto tempo può aspettare un paese?
Il terremoto del 2016 ha distrutto muri, chiese, strade e case, ma il tempo sta facendo qualcosa di ancora più profondo: distruggere le comunità.
Per questo dobbiamo cambiare obiettivo. La ricostruzione non sarà davvero finita quando avremo ricostruito l’ultimo edificio, ma quando dentro quelle case saranno tornate le persone, quando chi è rimasto avrà una ragione per restare, chi è stato costretto ad andare via avrà una ragione per tornare e qualcuno che qui non ha mai vissuto potrà avere una ragione per scegliere di arrivare.
Commenti Recenti