«NON SI PUÒ BENEDIRE LA TERRA E ACCETTARE CHE UN LAVORATORE SIA TRATTATO COME UN ATTREZZO»

da www.chiesadinapoli.it
16 Ottobre 2026

«NON SI PUÒ BENEDIRE LA TERRA

E ACCETTARE CHE UN LAVORATORE

SIA TRATTATO COME UN ATTREZZO»

Santa Messa nel trecentenario della nascita di San Gerardo Maiella
“Fratelli e sorelle,
ci fa bene, ogni tanto, uscire dai nostri recinti affannati e respirare l’aria dei campi, della terra. Ci fa bene guardare a un santo come Gerardo, un santo che non ha cercato i palcoscenici del mondo, ma ha consumato i suoi giorni nel silenzio del quotidiano, tra il profumo del pane, la fatica della terra e l’accoglienza dei poveri.
La santità non è mai negli effetti speciali. Non è nei gesti clamorosi che fanno rumore. La santità assomiglia piuttosto a quel “minimo di luce sufficiente per cercare”, a quel pezzo di pane quotidiano che basta per campare, condiviso sulla soglia di casa con chi bussa stanco. San Gerardo ha vissuto così: con le mani sporche di terra e il cuore limpido, aperto al Soffio dello Spirito.
Se guardiamo alla sua vita con gli occhi del mondo, con la logica del successo o dei grandi numeri, rischiamo di non capire. Rischiamo di passare oltre. Perché la santità di Gerardo ha la delicatezza, il brivido leggero delle cose minime. È la santità dei piccoli passi, delle mani che acconsentono a Dio e si aprono all’accoglienza dell’altro.
Gesù, nel Vangelo, ci educa continuamente a questo sguardo. Ci dice di guardare i gigli del campo, di osservare come da una zolla oscura possa fiorire la grazia. Ci educa a un Dio che non abita nel clamore, ma che annoda la sua trascendenza alla terra, alla concretezza quotidiana di un pezzo di pane condiviso, di una porta rimasta aperta alla povertà di un viandante.
Gerardo ha vissuto così. Ha saputo vedere la gloria di Dio non sopra le nuvole, ma impigliata nelle pieghe della sofferenza umana, nei corpi stanchi, nelle attese della povera gente.
Il suo segreto, mi chiedo, non è stato forse quello di un uomo che si è lasciato misericordiare dallo sguardo di Gesù? Un uomo che, sentendosi guardato con tenerezza, ha restituito tenerezza. Non ha offerto risposte teoriche che spesso lasciano il cuore freddo.
Ha offerto la sua presenza, che è la qualità più alta della preghiera e della carità. Stare con chi soffre, custodire l’entrare e l’uscire dei poveri, soffiare sulle braci di una speranza che rischia di spegnersi.
Il pane comincia molto prima della tavola. Comincia quando qualcuno si alza e fuori è ancora buio. Nelle mani che lavorano la terra, nella schiena che si piega, nei conti che una famiglia rifà dopo un raccolto andato male. Comincia nell’attesa della pioggia e nella paura che ne cada troppa.
Prima di essere qualcosa che mangiamo, il pane è una storia di persone. Oggi portiamo davanti a Dio anche quella storia.
Tra poco benediremo le sementi. E il Vangelo ci impedisce di compiere questo gesto distrattamente.
Gesù prende un chicco di grano e vi riconosce la propria vita. Per parlare della sua Pasqua sceglie la terra, quella che si lavora e che costa fatica. È lì che ci chiede di guardare.
Annuncia l’ora della propria gloria e subito parla di un seme che muore.
La gloria di Dio si manifesterà nella croce: il Figlio consegnerà se stesso, rimarrà fedele all’amore dentro il rifiuto.
Il Padre lo risusciterà. Da quella vita donata nascerà una comunione che la morte non potrà più spezzare.
Il chicco è anzitutto Cristo. La nostra possibilità di amare nasce da lui, dal suo amore che ci raggiunge prima di ogni nostro merito.
Ma Gesù dice anche che il chicco, se non muore, «rimane solo».
Possiamo conservare tutto e perdere la relazione con tutti. Succede a una persona. Succede a una comunità. Succede a un’economia quando misura la riuscita dall’accumulo e smette di domandarsi chi sta pagando il conto. Crescono i guadagni, e qualcuno deve restringere ancora la propria vita per farceli stare.
Il Vangelo entra qui.
Nella decisione su ciò che siamo disposti a perdere perché un altro possa vivere. Un privilegio, una rendita ingiusta, il bisogno di avere sempre l’ultima parola. Anche la tranquillità che ci siamo costruiti evitando di sapere.
San Gerardo questo Vangelo lo ha attraversato con il corpo. Nato trecento anni fa, nel 1726, conobbe la povertà, perse il padre a dodici anni, imparò a lavorare da sarto. La fatica era dentro la sua vita molto prima che qualcuno ne raccontasse la santità. Quando chiese di entrare tra i Redentoristi, la sua salute fragile sembrò un ostacolo. Una lettera lo presentava come un «soggetto inutile».
Quel giudizio ci riguarda. Continuiamo a dividere le persone secondo la loro utilità. Un giovane vale se produce. Un anziano diventa un costo. Un lavoratore si sostituisce appena rallenta. E poi ci stupiamo della solitudine che cresce. San Gerardo ci obbliga a fermarci davanti a una persona prima di decidere quanto rende. La dignità viene prima della prestazione. Viene prima anche del nostro bisogno di sentirci generosi.
La sua vicinanza ai poveri ci consegna una domanda scomoda: quanto siamo disponibili a condividere la loro condizione? Possiamo dare qualcosa senza permettere che nulla cambi. Il Vangelo chiede di seguirlo, di stare dove sta lui. Chiede una vicinanza che espone, che modifica le priorità, che ci rende responsabili.
Per questo benedire le sementi ci impegna anche verso chi dovrà seminarle e raccoglierle. Verso l’agricoltore schiacciato da costi che non riesce a sostenere. Verso chi vende il raccolto a un prezzo che cancella mesi di lavoro. Verso il bracciante ricattato dal bisogno, costretto ad accettare condizioni che nessuno vorrebbe per il proprio figlio.
Non possiamo chiedere a Dio di benedire il campo e accettare che, in quel campo, un uomo venga trattato come un attrezzo. Quando il lavoro divora la salute e non permette di vivere, chiamarlo sacrificio è un’offesa. Il chicco del Vangelo è Cristo che dona liberamente se stesso. Nessuno ha il diritto di usare questa parola per pretendere il sacrificio degli altri.
E la responsabilità raggiunge anche noi che compriamo, consumiamo, chiediamo sempre di pagare meno. Dietro un prezzo troppo basso può esserci una vita pagata troppo poco.
La benedizione delle sementi entra anche nelle nostre abitudini, nei nostri acquisti, nelle decisioni con cui rendiamo possibile o impossibile un lavoro giusto.
A questo punto Gesù pronuncia una parola che toglie ogni sentimentalismo al discorso: «Ora è il giudizio di questo mondo». Annuncia che il principe di questo mondo sarà gettato fuori. Nella croce viene sconfitto il potere del male. E quella croce smaschera la menzogna di ogni potere che crede di salvarsi facendo vittime.
Ciò che agli occhi del mondo sembra una sconfitta diventa il luogo del giudizio. Il Crocifisso rivela chi è Dio e rivela ciò che noi facciamo all’uomo. Per questo il Vangelo non può diventare una benedizione indistinta dell’esistente. Ci sono scelte da cambiare. Ci sono ingiustizie da chiamare per nome. Ci sono silenzi che proteggono chi ferisce.
Anche la Chiesa è sotto questo giudizio. Anche io. Quando difendiamo il nostro prestigio più della verità di una persona; quando domandiamo pazienza a chi subisce e riserviamo ogni delicatezza a chi comanda; quando preferiamo una comunità tranquilla a una comunità capace di prendere posizione. Seguire Gesù ci porta dove il dolore umano domanda una risposta. La nostra credibilità si decide anche lì.
San Gerardo ci riconduce alla concretezza di un servizio vissuto tra le persone. Il suo nome continua a essere pronunciato da chi cerca aiuto. Celebrarne la nascita, trecento anni dopo, significa assumere una responsabilità verso le vite che oggi rischiamo di lasciare ai margini. La devozione domanda mani, tempo, decisioni.
Gesù lega il servizio alla sequela. Chi desidera servirlo è chiamato a stare dove sta lui. Questa parola ci riguarda come Chiesa. Possiamo fare molte cose in suo nome e, intanto, tenerci lontani dai luoghi nei quali la sua presenza ci aspetta. Possiamo organizzare ogni dettaglio e perdere il volto della persona per la quale tutto doveva essere preparato.
Anche per me, anche per noi preti, il Vangelo oggi diventa una domanda molto concreta: dove siamo, mentre qualcuno ha bisogno di essere ascoltato? Quanto siamo vicini alla vita vera delle persone? Seguire Gesù vuol dire lasciarsi spostare. A volte basta cambiare posto a tavola. Altre volte bisogna cambiare il posto che abbiamo assegnato a qualcuno nel nostro cuore.
E Gesù aggiunge una promessa sorprendente: chi lo serve riceverà onore dal Padre. Dio vede la dignità di quel servizio nascosto. Vede chi rimane accanto a una persona difficile da assistere. Vede il bene di cui nessuno ringrazia. Nessuna di queste vite è anonima davanti a lui. Ma proprio qui il Vangelo ci consegna una confessione che impedisce di trasformare tutto in un discorso facile: «Adesso l’anima mia è turbata».
Lo dice Gesù. Nella stessa ora che chiama gloria, conosce il turbamento. Le due cose stanno insieme. La fiducia nel Padre abita un cuore che sente il peso di ciò che sta per accadere. Gesù non recita la parte di chi è al di sopra del dolore. Lo attraversa, e lo porta nella preghiera.
Vorrei che questa parola arrivasse a chi si vergogna della propria paura. A chi crede di avere poca fede perché trema davanti a una diagnosi. A chi, durante la notte, non riesce più a mettere in ordine i pensieri. Puoi presentarti a Dio così. Non devi prima diventare forte. Il Signore può incontrarti dentro il tremore.
E noi dobbiamo imparare a restare accanto a quel tremore senza riempirlo di spiegazioni. Ci sono dolori davanti ai quali la prima cosa giusta è sedersi. Ascoltare. Permettere a qualcuno di dire quanto è faticoso continuare.
Gesù affida al Padre la propria ora: «Padre, glorifica il tuo nome». Chiede che, anche lì, si manifesti l’amore di Dio. La croce ci rivela fino a dove quell’amore è disposto a raggiungerci. Per questo nessuno può servirsene per rendere accettabile la violenza o chiedere a chi è oppresso di tacere. Seguire il Crocifisso ci porta dalla parte di chi viene ferito. Ci rende responsabili del peso che possiamo togliere dalle sue spalle.
La fedeltà all’amore costa. Questa è una parola per chi è stanco, per chi teme di non avere più forza. Dio conosce dall’interno la paura. Possiamo portargli la nostra, senza vergogna. Ma possiamo anche chiedere che non diventi la ragione per abbandonare un fratello.
San Gerardo conobbe la malattia e morì a ventinove anni. La sua fragilità ci impedisce di confondere la santità con l’invulnerabilità. Una comunità evangelica si riconosce anche da questo: da come sostiene chi non regge più. Da come distribuisce il peso, invece di applaudire da lontano chi lo sta portando tutto.
Infine Gesù promette: «attirerò tutti a me». Il seme porta questo frutto: una comunione che raggiunge tutti. La croce spezza la pretesa di decidere chi abbia diritto a essere amato. Il povero, lo straniero, chi ha sbagliato, chi torna senza sapere se troverà una porta aperta: nessuno è fuori dalla chiamata del Signore.
Tra poco, dunque, benediremo le sementi. Chiederemo acqua per la terra e pane per le case. Chiederemo di custodire il suolo, di non avvelenare ciò che dovrà nutrire i figli. Chiederemo coraggio per difendere il lavoro e giustizia per chi ne porta la fatica. La preghiera ci metterà in movimento.
Poi riceveremo il pane dell’Eucaristia. Il Signore si consegnerà ancora alle nostre mani. Quelle stesse mani firmano contratti, pagano salari, dividono il pane, possono trattenere oppure condividere. Lasciamo che l’incontro con lui le cambi.
Chiediamo per intercessione di San Gerardo una fede che sappia sporcarsi le mani con la terra e assumersi il peso della fraternità. Perché il raccolto possa arrivare alla tavola di tutti. E chi ha faticato per quel pane possa sedersi a mangiarlo, con la propria famiglia, senza paura del domani.”
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da www.chiesadinapoli.it
24 Ottobre 2026

“IL PROBLEMA NON SONO GLI IMMIGRATI,

MA LE DISEGUAGLIANZE E LE MAFIE”

Alla manifestazione nazionale contro i centri di permanenza per il rimpatrio, don Mimmo Battaglia chiede al Governo di rinunciare al progetto di Castel Volturno e di superare l’intero sistema dei Cpr
“Una porta chiusa da fuori.
Vorrei partire da questa immagine. Una persona è dentro, la porta si chiude e, da quel momento, non è più lei a decidere quando uscire. Deve aspettare che qualcun altro apra. Fuori la vita continua, c’è il sole, ci sono persone che aspettano, ci sono cose da fare. Ma lei è lì, privata della possibilità di scegliere della propria giornata.
Adesso diamo a quella porta un nome: Cpr. Tre lettere che sembrano bastare a spiegare tutto. Ma dietro quella sigla ci sono uomini e donne, storie, famiglie, speranze. Persone che non possono diventare invisibili soltanto perché abbiamo trovato un modo per chiamarle. È da qui che vorrei cominciare. Dalle persone, non dalle sigle. Perché quando si parla di migrazione, di sicurezza e di rimpatri, il rischio è discutere di tutto tranne che di chi quelle decisioni le subisce.
Nel Vangelo di Marco c’è un uomo con una mano paralizzata. È nella sinagoga e alcuni osservano Gesù, aspettando che guarisca di sabato per trovare un motivo per accusarlo. Il dolore di quell’uomo è diventato una questione da discutere, un’occasione per mettere Gesù alla prova. Gesù, invece, gli dice: «Alzati, vieni qui in mezzo!».
Prima ancora di guarirlo, gli restituisce un posto. Lo mette al centro, davanti agli occhi di tutti. Poi guarda quelli che tacciono. Marco racconta che li guarda con indignazione, addolorato per la durezza dei loro cuori. Anche Gesù si indigna. Dovremmo ricordarcelo quando chiediamo ai cristiani una bontà che non disturbi nessuno, un Vangelo che non metta in discussione nulla. Gesù non lascia quell’uomo ai margini per salvare la tranquillità degli altri. Lo porta al centro. Da quel momento, nessuno può più parlare come se lui non ci fosse.
Oggi, qui, a Castel Volturno, siamo chiamati a fare lo stesso: rimettere al centro le persone e chiedere alla politica di guardarle negli occhi. Nei Cpr il trattenimento comporta una privazione della libertà legata alle procedure di rimpatrio. Non è l’esecuzione di una condanna penale. È una distinzione importante, che riguarda la libertà di una persona e il modo in cui uno Stato decide di esercitare il proprio potere. Per questo dobbiamo domandarci: quale idea di convivenza stiamo costruendo, se affidiamo a una porta chiusa la risposta a una questione umana tanto complessa?
A chi governa chiedo di fermarsi, di ascoltare questa terra, di rinunciare al progetto del Cpr di Castel Volturno e di assumersi la responsabilità di superare il sistema dei Cpr. Lo chiedo da prete, con il Vangelo aperto. Gesù dice: «Ero straniero e mi avete accolto». Ero. Una parola che dovrebbe interrogarci ogni giorno. Cristo ci consegna una domanda semplice e difficile da evitare: che cosa hai fatto della persona che avevi davanti? Noi preferiremmo discutere di principi, preparare risposte, difendere le nostre ragioni. Il Vangelo, invece, ci domanda di una porta, di un piatto, di una visita, di una persona lasciata sola.
E questo riguarda anzitutto noi, la Chiesa, riguarda la comunità e la società. Riguarda le volte in cui abbiamo reso il Vangelo innocuo. Le volte in cui abbiamo avuto parole prudenti davanti a sofferenze che prudenti non erano affatto. Le volte in cui abbiamo chiesto ai poveri pazienza, perché il loro dolore disturbava i nostri equilibri. Anche noi dobbiamo rispondere.
Un crocifisso appeso al muro ci impegna verso ogni corpo umiliato. Portarlo sul petto significa accettare che ci pesi sul cuore. Esibirlo mentre si alimenta il disprezzo per lo straniero significa usare contro qualcuno il segno di un uomo che ha dato la vita per tutti.
Questo tradimento dobbiamo avere il coraggio di chiamarlo per nome.
E dobbiamo guardare anche le nostre contraddizioni quotidiane. Ci sono persone delle quali accettiamo la fatica, le braccia, le notti di lavoro. Persone che raccolgono ciò che arriva sulle nostre tavole, assistono i nostri anziani, tengono in piedi pezzi delle nostre giornate.
Poi, quando chiedono un contratto, una casa, un documento, diventano improvvisamente una questione ingestibile. Finché si piegano, c’è posto. Quando si alzano, comincia il problema.
Qualcosa di profondamente ingiusto abita questo meccanismo. E la responsabilità va cercata anche dalla parte di chi lo sfrutta, di chi ci guadagna, di chi pretende lavoro a basso costo e persone senza voce.
Ma attenzione: una persona conserva tutta la propria dignità anche quando non ci serve. Anche quando è malata. Quando non produce. Quando è difficile da incontrare. Quando ha sbagliato: risponderà delle proprie responsabilità, conservando i propri diritti. La dignità non è il salario della buona condotta.
A chi vive qui e ha paura voglio dire che la sua paura merita ascolto. La fatica di abitare un territorio trascurato non può essere liquidata. Tutti hanno diritto alla sicurezza, a strade vivibili, a servizi che funzionino, a scuole capaci di accompagnare i ragazzi e a istituzioni presenti. Proprio per questo bisogna chiedere conto delle promesse. Che cosa cambierà domani nella vita delle persone? Quale scuola funzionerà meglio? Quale famiglia avrà una casa? Quale lavoratore sarà sottratto al ricatto? Quale ragazzo troverà un’alternativa alla strada?
Diffidiamo di chi ci offre qualcuno da temere al posto di qualcosa su cui poter contare. La paura è una cosa seria. Anche usarla per ottenere consenso è una responsabilità seria.
A Castel Volturno occorre investire nell’accoglienza diffusa, nella salute, nell’istruzione, nel lavoro regolare e nelle abitazioni. Occorrono vie di ingresso legali, percorsi effettivi di regolarizzazione e strumenti per contrastare lo sfruttamento, permettendo a chi denuncia un abuso di non sprofondare in una condizione ancora più fragile. Sono scelte che richiedono risorse, competenza e continuità. La crudeltà, invece, sa essere sbrigativa. Decide chi deve sparire dalla vista e chiama soluzione quella sparizione. Noi dobbiamo avere la pazienza ostinata delle soluzioni che restituiscono una vita.
Torniamo a quell’uomo del Vangelo. «Vieni qui in mezzo». Gesù lo mette davanti a tutti, perché nessuno possa più comportarsi come se non esistesse. Questo vorrei chiedere al nostro
Paese: lasciati interrogare da un nome, da una storia, da una persona che ti costringe a rivedere una decisione che sembrava già presa. E questo chiedo alla mia Chiesa e alla società civile: resta abbastanza vicina da sentire quando una porta si chiude, abbastanza libera da denunciarlo, abbastanza fedele da stare accanto a chi è rimasto dentro.
Oggi diciamo no ai Cpr. Diciamo no a un sistema che fa della reclusione una risposta alla fragilità e alla condizione amministrativa delle persone. E da domani dobbiamo dare un seguito concreto a questo no. Dobbiamo esserci, perché chi avrà bisogno di noi sappia dove trovarci e, quando busserà, trovi davvero qualcuno disposto ad aprire.
Per queste ragioni, sono qui: Castel Volturno e l’intera Campania non possono diventare il luogo in cui si spostano i problemi, nella speranza che, lontano dagli occhi, smettano di esistere. Possono invece diventare luoghi da cui ripartire. Servono integrazione, legalità, lavoro, politiche abitative e presidi educativi. Serve uno Stato che accompagni, non soltanto contenga. Serve la capacità di tenere insieme sicurezza e diritti, senza metterli in contrapposizione.
Ma per cambiare davvero direzione dobbiamo avere il coraggio di guardare tutta la realtà, anche quella che preferiamo non vedere. E dire una verità che troppo spesso rimane nascosta dietro la ricerca di un colpevole facile.
Il problema non sono gli immigrati. Il problema è una società che trova le risorse per investire in armi e guerre, ma fatica a investire nella pace, nell’educazione, nell’ integrazione e nel futuro delle persone.
Il problema non sono gli immigrati. Sono i giovani senza lavoro, quelli che si sentono abbandonati, quelli che crescono senza opportunità e senza qualcuno disposto a credere in loro.
Il problema non sono gli immigrati. È la camorra, sono le mafie che continuano a divorare i territori, a rubare speranze, a reclutare i più fragili e a imporre la violenza dove le istituzioni e la comunità non riescono a essere presenti.
Il problema non sono gli immigrati. È che per tante famiglie è diventato un lusso perfino comprare un pomodoro. È dover scegliere quale bolletta pagare, rinunciare a qualcosa di necessario, arrivare alla fine del mese senza sapere come fare.
Il problema non sono gli immigrati. È il costo insostenibile della vita, dell’energia e delle risorse essenziali. È il lavoro che non basta per vivere, sono le case che mancano, le cure a cui si rinuncia, gli anziani lasciati soli, le periferie dimenticate, le scuole che chiedono aiuto.
ll problema non sono gli immigrati. È la nostra scarsa lungimiranza, la difficoltà di guardare oltre l’emergenza, di prevenire le ferite prima che diventino voragini, di investire sulle persone prima di doverne piangere l’abbandono.
È più facile indicare uno straniero da combattere che affrontare le disuguaglianze. È più facile costruire un recinto che aprire una scuola. È più facile promettere che qualcuno verrà allontanato che garantire che un ragazzo non venga lasciato solo. Ma quando i poveri vengono messi gli uni contro gli altri, a vincere non sono i poveri. A vincere è l’ingiustizia. Che Castel Volturno, Napoli e la Campania diventino luoghi in cui la paura lascia spazio al coraggio, in cui le differenze diventano occasioni di incontro e nessuno viene considerato estraneo alla nostra umanità.
Perché la giustizia comincia quando smettiamo di chiederci chi dobbiamo tenere fuori e iniziamo a domandarci che cosa possiamo fare perché nessuno sia costretto a vivere senza dignità. La porta dalla quale siamo partiti si chiude da fuori. Significa che da fuori si può aprire. E noi siamo qui per fare questo.
Buona marcia a tutti!”
Castel Volturno, 24 ottobre 2026
+ don Mimmo Battaglia

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