Omelie 2026 di don Giorgio: SACRA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE

25 gennaio 2026: SACRA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE
Sir 7,27-30.32-36; Col 3,12-21; Lc 2,22-33
Oggi, Festa della Sacra Famiglia: ogni prete sarà stato tentato di sorvolare sul Mistero della Sacra Famiglia di Nazaret, o di elencarne solo qualche virtù ma per proporla come esempio delle famiglie umane, magari dimenticando l’eccezionalità della Sacra Famiglia di Nazaret, in cui Maria è madre vergine, Giuseppe è padre putativo e Gesù è figlio unico. Qualcuno avrà parlato sul disfacimento delle famiglie, sulla convivenza oggi diventata una moda quasi generale anche tra gli stessi cosiddetti cristiani, sui pochi figli che si procreano, ecc. Forse poteva essere una buona occasione di parlare del matrimonio dei preti o, ancor meglio, dell’unione mistica tra un maschio, anche prete, e una donna, anche suora. Ma quest’ultimo argomento è ancora un tabù. Come tabù concedere alle donne il diaconato permanente.
Preferisco soffermarmi sui brani della Messa, che sono particolarmente stimolanti.
Partiamo dal primo brano, tolto dal libro del Siracide: un testo sacro che dovremmo magari iniziare a leggere e meditare, anche se propone massime, consigli, avvertimenti che sembrano solo di buon senso, e che appartengono alla sapienza popolare di tutti i popoli.
Ma oggi di quella antica sapienza popolare forse è rimasta ben poca. Già parlare di buon senso diventa sempre più difficile, e pensare che non sono passati molti anni da quando i nostri nonni vivevano di tanto buon senso, che non richiedeva lauree, ma era uno stile di vita naturale e quotidiano, di buona educazione, di rispetto reciproco, di gesti di crescita umana e cristiana, a partire dai membri della stessa famiglia. E non scomodiamo la Sacra Famiglia, la quale, proprio per la sua eccezionalità, dovrebbe offrirci tanti altri spunti da richiedere approfondimenti su valori che sono alla base di quell’unione mistica con la Divinità, da cui scende ogni scintilla di Bene.
Tuttavia, dovremmo sempre tener conto che ogni libro della Bibbia, anche perciò quello del Siracide, è Parola di Dio e, come tale, è un tocco in più che dà a ogni buon senso un gusto divino. Con il Salmo 119, versetto 103, preghiamo: “Oh, come sono dolci le tue parole al mio palato! Son più dolci del miele alla mia bocca”.
Forse non sarebbe necessario essere mistici per gustare spiritualmente ogni Parola di Dio, che poi si riflette nel nostro agire anche nei rapporti sociali con la gente. Chi non vive di interiorità, non può essere un buon credente, e neppure un buon cittadino.
Vorrei ora anche solo evidenziare alcune norme o consigli o comandi. Anche qui chiariamo. Nella Bibbia, la parola “comando” (pensate ai dieci comandamenti) non è qualcosa di imposto dall’esterno, ma un dovere che è insito nel nostro essere. Se siamo così, dobbiamo comportarci così! Il nostro essere lo esige.
Scrive l’autore del Siracide: “Onora tuo padre con tutto il cuore e non dimenticare le doglie di tua madre. Ricorda che essi ti hanno generato: che cosa darai loro in cambio di quanto ti hanno dato?”.
Più che essere colpito dal dovere di onorare il padre (presso tutti i popoli antichi era un obbligo secondo la legge del patriarcato!), rimango sempre colpito da quanto segue: “non dimenticare le doglie di tua madre”. Se onorare il padre è un dovere di gerarchia, di un capo famiglia, ricordare le doglie della madre è un dovere di figliolanza.
Forse oggi, con il parto indolore le cose sono un po’ diverse, ma non si devono dimenticare i tempi della gestazione, e il resto, di una donna che aspetta un figlio. Non so quanti figli ci pensano a tutto questo. Siamo nati nella sofferenza di una madre!
Ed ecco la domanda del Siracide: “che cosa darai loro in cambio di quanto ti hanno dato?”. Non è questione di “do un des”, di restituire ciò che abbiamo ricevuto! A parte Dio, a cui dobbiamo tutto, in quanto tutto abbiamo ricevuto gratuitamente e tuttora riceviamo, anche nei confronti dei nostri genitori dovremmo, tranne casi del tutto eccezionali, sentirci debitori. Certo, ci hanno dato la vita, ma ciò non basterebbe se tutto finisse poi quando il figlio viene al mondo. La vita fisica richiede poi doveri, da parte dei genitori, di far crescere i loro figli tanto più che la ruota gira: figli non educati al meglio diventano a loro volta genitori, ma con quale responsabilità educativa?
Quando penso ai miei genitori, rifletto sulla domanda del Siracide: “che cosa ho dato loro in cambio di quanto mi hanno dato?”. Anche i preti dovrebbero porsi questa domanda, tanto più che tutta la comunità è un insieme di figli da educare a crescere nella fede.
Non credo che sia un passaggio forzato pensando alla comunità dei credenti come una specie di gestazione continua. Tutti possiamo essere padri e madri, collaborando con la Trinità che genera figli destinati alla maturazione.
Riflettiamo orai sulle parole di san Paolo: «Fratelli, scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi dunque di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro». Anche questi sembrano consigli di buon senso. Ma penso che noi cristiani, non per ritenerci superiori agli altri, dovremmo essere di esempio, se non altro per stimolare al meglio una società sempre più condizionata da ben altri comportamenti. E qui vorrei dire la mia. Noi cristiani non dobbiamo proporre “cose”, ripeto “cose”, migliori di quelle “cose”, ripeto “cose”, che offre una società condizionata da un consumismo sempre più deleterio. Sembra che oggi ci sia una gara tra credenti e una società di ebeti nel proporre più cose, certo allettanti ma in vista di un consenso popolare.
Per essere chiaro, vorrei fare un esempio. Pensate all’Avvento, periodico liturgico in preparazione al Mistero natalizio. Noi cristiani non dovremmo organizzare più cose o più iniziative di quanto fa la società cosiddetta civile. Il nostro compito è di spogliare l’Avvento di ogni cosa. Via tutto, in vista del Mistero divino che esige nudità assoluta. E questo succede anche nel campo strettamente politico o partitico: ogni schieramento fa a gara nel promettere di più per ottenere il consenso del popolo. E poi con quale risultato?
Il nostro dovere di cristiani è quello di proporre, testimoniandolo, un Vangelo nella sua più nuda radicalità, senza porsi il problema del proselitismo, ovvero di raccogliere seguaci. Più si è radicali, più si è credibili. E non è vero che la gente si allontanerà. Non bastano più buoni sentimenti: volersi bene tra noi, fare qualche attività assistenziale o missionaria. Anche la società si è rivestita di questi falsi buonismi, per catturare la gente.
San Paolo scrive: “Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino”. La radicalità del messaggio evangelico non esaspera affatto, perché toglie le cose che esasperano. A esasperare sono certe paranoie di genitori, educatori, preti, politici che promettono cose fasulle, che portano al nulla. Il superfluo esaspera, e non l’essenziale che ci purifica da ogni desiderio sbagliato. Sono i desideri a esasperare i nostri animi.

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