Fratture d’Italia

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24 Agosto 2026

Fratture d’Italia

di Federica Olivo
Nel decennale del terremoto di Amatrice va di nuovo in scena l’eterno braccio di ferro sul “dopo”, in un’Italia che si trastulla in rimpalli di responsabilità politiche ogni volta che si trova ad affrontare sismi, alluvioni, frane. Una ricognizione su cosa è stato fatto (e non fatto) in seguito alle grandi calamità naturali dell’ultimo ventennio può aiutare a comprendere la strada percorsa e quella ancora da fare. Caso per caso, e al netto delle tifoserie
Un Paese fragile, esposto da sempre alle insidie della natura. Ma anche un Paese a più velocità, dove la ricostruzione può essere lentissima, oppure riuscire in quello che dopo una tragedia sembra impossibile: ridare una prospettiva di futuro a un territorio. L’Italia, attraversata per intero dalle montagne, con borghi costruiti nelle zone più impervie, è costretta periodicamente a fronteggiare calamità naturali. Un territorio che prescinde dalle stagioni politiche, dai governi, dall’andamento dell’economia. Un paese che fronteggia sistematicamente le emergenze mostrando tutto il meglio e tutto il peggio di sé: rimboccandosi le maniche, ma anche dando adito a feroci e inutilissime polemiche.
Nel giorno del decennale del terremoto del centro Italia, ricomincia il consueto balletto che politicizza le tragedie. Il governo Meloni vanta i risultati ottenuti a partire dal suo insediamento, l’opposizione recrimina, sostenendo il contrario. Ma in questo stesso giorno tutto il Paese guarda al borgo più colpito: Amatrice. Nel comune in provincia di Rieti nel 2016 abitavano 2650 persone. I morti causati dalla scossa delle 3.36 del 24 agosto furono 239. Li omaggia oggi la premier Giorgia Meloni. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ricorda quanto quella tragedia debba essere anche un “monito costante” per la prevenzione.
Si commemorano le vittime e si fanno i conti sulla ricostruzione, tra slogan e rivendicazioni. Il commissario straordinario alla ricostruzione Guido Castelli esalta quanto è già stato fatto, l’ong ActionAid in un rapporto evidenzia quanto ancora c’è da fare. È l’eterno braccio di ferro sul “dopo”, in un’Italia abituata ad affrontare sismi, alluvioni, frane. Una ricognizione sulla ricostruzione successiva alle calamità naturali dell’ultimo ventennio può aiutare a comprendere la strada fatta e quella ancora da fare. Caso per caso.
Terremoto del centro Italia tra guerra dei numeri e realtà. Ancora più di 8500 famiglie nelle casette provvisorie. I cantieri finiti e quelli mai iniziati.
I bilanci del decennale evidenziano come i paesi colpiti dal sisma del 2016 abbiano bisogno di non pochi interventi per ripartire appieno. Le famiglie senza casa sono ancora 8759. Un dato corposo, rispetto al quale il Commissario del governo alla ricostruzione cerca di smussare precisando che nel 2022 nelle casette provvisorie vivevano 14mila persone, il 40% in più di oggi. Dare una casa a tutti gli sfollati non è mai stato semplice nell’Italia dei terremoti. Basti pensare che l’ultima sfollata del terremoto in Irpinia del 1980 ha ricevuto un alloggio nel 2019. Il ritardo nella ricostruzione rischia però di desertificare parti d’Appennino già decimate dallo spopolamento: è il motivo per cui in queste ore tutti sperano nell’accelerazione.
I dati: le richieste di aiuti per la ricostruzione delle case private sono state 36149. I cantieri autorizzati 23.361, quelli conclusi 14.968 (il 64% del totale). Lo Stato ha stanziato per questa operazione 12,59 miliardi, di cui 8 già liquidati. La ricostruzione degli edifici pubblici è più indietro. Solo il 40% dei 3667 interventi programmati è finito o è in uno stato avanzato di realizzazione. Secondo il report di ActionAid, su 62 interventi programmati per le scuole, 36 ancora non sono iniziati. Un edificio scolastico su due, tra quelli che avevano bisogno di lavori, non è utilizzabile. Stessa situazione per i municipi: su 34 cantieri programmati 17 ancora non sono iniziati. Quanto ai servizi sanitari, i lavori sono iniziati solo nel 40% dei casi.
A pesare sulla lentezza della ricostruzione è anche la geografia: paesi come Amatrice, Arquata del Tronto, Accumuli, Castelluccio di Norcia – per citare i più colpiti dallo sciame sismico del 2016 – scontano una posizione geografica complessa. Qual è l’orizzonte di fine lavori? Castelli punta al modello Friuli: 19 anni totali. L’orizzonte è quello del 2035.
L’Aquila. Il miracolo della ricostruzione privata, il pubblico a metà strada.
Il proprietario di uno dei bar che si affacciano su piazza del Mercato, la piazza principale de L’Aquila, ha aperto un bed and breakfast nello stesso palazzo del locale. Ai suoi clienti dice che la porta d’accesso non è mai chiusa da dentro. Perché “non si sa mai se arrivano altre scosse”. Con il cuore L’Aquila è rimasta lì: a quella notte tra il 5 e il 6 aprile 2009, quando un terremoto uccise 309 persone. Ricostruire sembrava impossibile. Ma L’Aquila è ancora lì. In piedi, anche se con un centro storico pieno di gru da cantiere e una popolazione residente quasi dimezzata rispetto al 2009, che solo negli ultimi anni ha ricominciato a crescere. Uno scenario che dimostra che risorgere è possibile. A 17 anni dal sisma, secondo i dati diffusi durante l’ultimo anniversario, la ricostruzione privata è quasi finita: il 96% delle abitazioni è stato ricostruito o ristrutturato. Resta indietro la parte pubblica. Secondo i dati dell’Ufficio speciale per la ricostruzione de L’Aquila, aggiornati a dicembre 2025, solo il 49,2% degli interventi è concluso: 383 cantieri su 789 opere programmate. Un altro 17,7% (138 opere) è in attesa di collaudo. In chiaroscuro il dato delle scuole: quattro sono state ultimate, ma altri 13 progetti (per un valore di quasi 60 milioni) sono in fase di esecuzione o appaltati.
Il crollo della Casa dello studente, con la morte di otto giovani, è uno degli episodi più dolorosi di quel sisma. L’Università è riuscita a ripartire e piano piano i giovani a l’Aquila sono tornati: l’Ateneo conta oggi quasi 20mila iscritti.
Alluvione in Emilia Romagna, Toscana e Marche: dopo una partenza difficile, obiettivi quasi raggiunti.
Era maggio 2023 quando l’Emilia Romagna veniva travolta da una forte alluvione, che ha coinvolto anche Toscana e Marche. Un bilancio pesantissimo: 17 vittime, 21 fiumi esondati, allagamenti in 37 comuni, 9 miliardi di danni. I primi mesi post evento sono stati caratterizzati dalle tensioni tra i sindaci, quasi tutti di centrosinistra, e il governo di centrodestra. Poi con l’istituzione di un commissario gli attriti hanno lasciato spazio alla macchina della ricostruzione e della prevenzione. I primi effetti si sono visti già nel 2024, quando un’altra alluvione ha interessato l’area. In quel caso ci sono stati danni sono stati inferiori. Oggi la situazione è molto migliorata. Lo ammettono i sindaci della zona, riconoscendo il ruolo del commissario Fabrizio Curcio ma sottolineando uno scarso interessamento da parte del ministro competente Nello Musumeci. Secondo i dati della struttura commissariale aggiornati al 31 maggio 2026 gli interventi conclusi sono 4095. Un migliaio quelli ancora in fase di progettazione. In altrettanti casi i lavori sono in corso. La spesa prevista si aggira sui 3 miliardi di euro. In tre anni, due cantieri su tre sono stati chiusi. Un esempio virtuoso.
Ischia: prima il terremoto, poi l’alluvione. Un piano vero solo otto anni dopo il sisma.
Meno virtuoso l’esempio di Ischia. L’isola nel giro di pochi anni è stata colpita da due calamità: prima il terremoto di Casamicciola, nel 2017 – 2 vittime, 40 feriti, 2600 sfollati – poi la frana del 2022. Dopo qualche intervento d’emergenza, un piano di ricostruzione e risanamento è arrivato solo nel 2025. Prevede anche demolizioni di edifici abusivi, che sono uno dei problemi dell’isola. L’ultimo stanziamento è di 5,2 milioni di euro. Il work in progress non consente di fare bilanci sulla ricostruzione, ma mette in evidenza il ritardo nella pianificazione.
Niscemi: la frana non si ferma. Tra i milioni stanziati e la paura per il futuro.
L’ultimo cratere si è aperto tre giorni fa: una fessura di 60 metri vicino a una scuola già chiusa per frana. La terra cede da mesi nella cittadina siciliana e ha prodotto migliaia di sfollati, inagibilità di strade, chiusura di esercizi commerciali e servizi. Quello che è successo negli ultimi mesi nel comune di circa 25mila abitanti in provincia di Caltanissetta è la cronaca di un disastro annunciato. Le cui prime avvisaglie sono arrivate 20 anni fa. Il procuratore di Caltanissetta definisce lo smottamento “la frana più grande d’Europa”. Per la quale nel 1999 sono stati stanziati 12 milioni di euro. Dovevano servire a fare prevenzione, sono rimasti nel cassetto della Regione. Un episodio di inerzia e spreco, mentre la terra si sbriciola ancora. Il governo ha stanziato nei mesi scorsi 150 milioni: metà serve per il risanamento del territorio, metà per indennizzare le famiglie senza casa.
Campi Flegrei. Continua emergenza, tra scosse e polemiche.
Il territorio di Pozzuoli, alle porte di Napoli è fatto così: si alza e si abbassa. Si chiama bradisismo, è un fenomeno naturale, che interessa tutti i Campi Flegrei. Negli ultimi anni si sta facendo sentire con sempre più forza, anche in alcuni quartieri di Napoli. Le famiglie sgomberate sono quasi 4mila. Come a Ischia, al problema naturale del bradisismo si aggiunge quello tutto umano dell’abusivismo. Secondo Legambiente nell’area più a rischio il 20% delle case è abusivo. “Bisognava impedire di costruire”, ha accusato il ministro Musumeci. Intanto il governo ha stanziato altri 100 milioni per gli sfollati e la messa in sicurezza.
Genova. La mitigazione dopo l’alluvione.
Ci sono ferite curate a fatica, ferite mai curate e poi ferite sanate quasi del tutto. È il caso di Genova. La città fu colpita nel 2011 e nel 2014 da pesanti alluvioni. Dopo la seconda, erano i tempi di Italia Sicura di Matteo Renzi, furono fatte delle opere di prevenzione. Una di queste è lo scolmatore del torrente Fereggiano: una galleria idraulica che incanala le acque in caso di piogge torrenziali, indirizzandole al mare. Un’altra opera simile è in dirittura d’arrivo: farà lo stesso con le acque di un altro torrente, il Bisagno. L’intervento su Genova viene preso da esempio spesso dai protagonisti di quella stagione. Perché, ha sostenuto in un’intervista a HuffPost Erasmo D’Angelis, già capo di Italia sicura, quel progetto ha consentito al capoluogo ligure di diventare “una città più sicura”.

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