Omelie 2016 di don Giorgio: QUARTA DOPO IL MARTIRIO DI S. GIOVANNI IL PRECURSORE

25 settembre 2016: QUARTA DOPO IL MARTIRIO DI S. GIOVANNI IL PRECURSORE
Pr 9,1-6; 1Cor 10,14-21; Gv 6,51-59
Il Libro dei Proverbi
Il primo brano è tratto dal Libro dei Proverbi: un libro dell’Antico Testamento che è un’ampia raccolta di massime, sentenze, insegnamenti, esortazioni; vi troviamo anche un poemetto finemente elaborato: “l’elogio della donna virtuosa”.
Si tratta di un patrimonio sapienziale che abbraccia cinque secoli (dal X al V a.C.): non è, dunque, opera di un solo autore, ma di diversi, che hanno contribuito a fissare il testo attuale in un lungo arco di tempo, per cui bisogna fare attenzione anche allo sviluppo progressivo della concezione della sapienza, che da capacità o abilità umana diventa una prerogativa divina. Nei primi capitoli, che sono i più recenti, la sapienza assume un valore religioso e viene addirittura personificata e presentata come uno dei modi in cui Dio rivela se stesso, accanto alla parola e alla legge, e comunica con l’uomo.
Capitolo 9: Donna Sapienza e Donna Stoltezza
Nel capitolo 9 sono contrapposte due donne che si contendono l’uditorio. Ecco, anzitutto, Donna Sapienza, raffigurata sullo sfondo di un edificio perfetto: le “sette colonne” ricordano la stabilità e la completezza; le colonne erano solo nelle case nobili per poter avere sale spaziose e protette. Donna Sapienza imbandisce la sua mensa, fatta di cibi semplici e fondamentali, come il pane e il vino. Il cibo è simbolo di comunione e perciò indica l’adesione che la Sapienza propone al suo insegnamento per quanti l’ascolteranno e la seguiranno come discepoli. Non solo aspetta gli inesperti, ovvero coloro che sono privi di senno, ma invia le sue ancelle per le strade a invitarli a venire.
L’altra donna, Donna Stoltezza (o Follia), è l’esatto opposto della prima scena, anche se identico è il simbolismo del cibo. Anch’essa ha una casa, ma non se ne cura, perché preferisce assidersi su un trono all’aperto per sviare e irretire i passanti. La sua offerta non è fatta di cibi semplici, ma di “acque furtive” e di un pane che è preso di nascosto e nel segreto, evidente parabola del gusto del proibito. Infelici coloro che si lasciano attrarre da questa donna: il loro destino è già segnato.
Anche San Paolo parla di un pane di comunione con la vita o con la morte
Il tema o il simbolismo del pane torna nel brano di San Paolo e nel brano del Vangelo. Ho detto simbolismo, in realtà il pane eucaristico va al di là dello stesso simbolismo.
San Paolo scrive ai Corinzi: «E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane».
“Il pane che noi spezziamo”: non dimentichiamo che il primo termine per indicare ciò che noi oggi diciamo Eucaristia o Messa era, appunto, “Fractio”, sottinteso “panis”, ovvero Frazione del pane o lo Spezzare il pane. Il Pane veniva spezzato ai fedeli, ma sempre indicando l’unico Pane, ovvero Cristo. Cristo in realtà non si frantuma, ma si divide per essere Uno nel molteplice, per rendere il molteplice Uno.
San Paolo è esplicito: «Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane».
“Io sono il pane vivo, disceso dal cielo”
Anche Cristo parla del pane, a cui dà una tale sostanziale simbologia da esprimere la stessa realtà divina, ovvero la vita per eccellenza. Con Gesù, il pane va oltre ogni simbologia: Lui stesso è il Pane sostanziale, che dona la vita. Se nel Libro dei Proverbi, la Sapienza personificata, ovvero la Sapienza divina, dona il pane, ovvero se stessa, agli inesperti, a quanti cioè sono privi di senno, con Gesù, il Verbo, ovvero la Sapienza fattasi carne, il pane diventa l’alimento divino che nutre lo spirito umano.
Non dobbiamo però limitare il pane celeste solo alla Comunione sacramentale, che tra l’altro è un aspetto dell’Eucaristia, che è anche Mensa della Parola. Le parole di Gesù: “Io sono il pane della vita disceso dal cielo” assumono un senso più vasto, diciamo più cosmico. Tutto il creato è un pane che dà vita al nostro essere umano. Da qui la domanda: qual è il nostro rapporto con il creato? di che cosa ci nutriamo per vivere? oltre alla pancia, c’è qualcosa di più importante di cui nutrirsi?
Gesù, compiendo il miracolo della moltiplicazione dei pani alla folla di cinquemila e più persone affamate non si era limitato a nutrire il loro corpo, per un solo giorno. E pensare che volevano farlo re, e solo perché aveva compiuto quel miracolo fisico. Eppure, quella gente si era dimenticata di procurarsi un po’ di cibo, perché attratta dalla parola di Gesù. Ma è bastato vedere tutto quel pane moltiplicato per dimenticare la parola di Gesù. Ma Gesù non è stato al gioco, e si è sottratto, non certo per paura, ma per far capire poi, con un grande discorso, che la gente aveva bisogno di qualcosa ben più sostanzioso di un tozzo di pane materiale. Ma la gente non lo ha capito. E oggi? Non succede ancora la stessa cosa? A chi diamo retta: a coloro che ci parlano di Mistica o non diamo ancora retta a coloro che parlano rivolgendosi alla nostra pancia? Eppure, tutti i giorni recitiamo il “Pater noster”, invocando il Padre celeste perché ci dia il pane “sostanzioso”: sostanzioso, perché questa è forse è la traduzione più fedele della parola greca “epiousios”, che significa “necessario per l’esistenza”, non solo fisica.
“Mangiate la bellezza”
In conclusione, vorrei citare il secondo versetto del capitolo 55 del Libro di Isaia: «Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia? Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti». Il biblista don Gianantonio Borgonovo così traduce: «Ascoltatemi, ascoltatemi: mangiate la bellezza e la vostra vita ben s’impinguerà».
Don Angelo Casati commenta:  «Mi affascinava, leggendo, l’invito: “Mangiate la bellezza”. Mi affascinava. E mi interrogavo: “Sto mangiando bellezza? Stiamo mangiando bellezza? O mangiamo parole che sono scialo di squallore, di disgusto, di degrado, di egoismi, di intolleranza, di miopie dello spirito, di insensatezza del vivere?”. Dovremmo di tanto in tanto chiedercelo. Perché, lo si pensi o no, ciò che leggiamo, ciò di cui ci nutriamo diventa spesso per assimilazione, parte integrante di noi e ci succede di diventare per assonanza uomini del disgusto, del degrado, delle mille miopie, delle più che sconcertanti durezze di cuore. Succede così che proprio noi, che ci diciamo intelligenti, noi che ci proclamiamo acculturati, abbandoniamo la via dell’intelligenza».

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