Omelie 2026 di don Giorgio: PRIMA DOPO LA DEDICAZIONE

25 ottobre 2026: PRIMA DOPO LA DEDICAZIONE
At 10,34-48a; 1Cor 1,17b-24; Lc 24,44-49a
Mi soffermerò sul secondo testo della Messa: appartiene alla prima lettera che l’apostolo Paolo ha scritto ai cristiani di Corinto.
Bisogna inquadrarlo nel suo contesto, o meglio risalire al suo retroterra, che va ritrovato nella esperienza diciamo fallimentare di Paolo ad Atene. Che cosa era successo?
Paolo, sprovveduto di metodo in mezzo ai pagani, aveva ritenuto di ingelosirli del messaggio di Gesù, presentando la fede cristiana con suggestioni retoriche, con esemplificazioni filosofiche, citando poeti greci e richiami alla cultura del posto, con intuizioni religiose comuni a tutti gli uomini. Nulla da dire: il discorso tenuto dall’Apostolo all’Areopago di Atene è stato un capolavoro di presentazione della novità evangelica alla cultura greca. Ma Paolo non aveva fatto bene i conti, ovvero non si era ancora reso conto di quanto fosse esplosivo il messaggio di Gesù e di quanto fosse problematica la sua accettazione in un ambiente pagano. E successe che la sua presentazione del Cristianesimo ottenne come effetto una risata e uno scuotimento di testa dei suoi ascoltatori. Commenta Luca, autore degli “Atti degli apostoli”: «Quando (gli ateniesi) sentirono parlare di risurrezione dai morti, alcuni lo deridevano, altri dicevano: “Su questo ti sentiremo un’altra volta”» (At 17,32).
L’Apostolo non dimenticherà mai la reazione anche sarcastica degli ateniesi al suo discorso.
E così, quando si reca presso la comunità di Corinto, composta da cristiani e da pagani, Paolo cambia registro. Non fa il dotto, non esibisce le sue conoscenze filosofiche, ma senza raddolcire il messaggio di Cristo, ma, sotto le vesti di un umile testimone, cerca di farlo conoscere, come scrive lo stesso Paolo, una «vera e gioiosa nuova notizia: Cristo mi ha mandato ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo».
Una prima riflessione. Si può, talora si deve cambiare tattica o metodo, ma senza addomesticare il messaggio evangelico. È anche il grave peccato, o mancanza, di questi teologi di oggi che, senza farsi capire dalla gente comune, usano il cosiddetto teologhese, un linguaggio troppo tecnico e astruso, anche per la loro incapacità di comunicare la verità in modo del tutto semplice. Non si possono leggere certi libri, o ascoltare certe conferenze, proprio perché il teologo scrive o dice cose che forse lui stesso non capisce.
Ancora oggi ricordo professori degli anni in cui ero in teologia che spiegavano in modo chiarissimo, e non sopportavo professori, ce n’erano, che parlavano senza farsi capire.
E se è comprensibile che quando si parla ai dotti bisogna sfoggiare una certa cultura, ma siamo schietti: quando si parla alla gente comune il dotto fa fatica a scendere dalla cattedra. Non faccio nomi: ci sono teologi che hanno la spudoratezza di dire agli alunni o alla gente più semplice che devono essere loro a salire al loro livello.
Nessuno nega che ciò che riguarda il Mistero divino richieda fede e intelletto acceso, esigendo una particolare disponibilità all’ascolto.
Non è vero che la gente comune non capisce quando parliamo di certe verità che riguardano il Mistero divino, senza doverlo ridurre in formulette catechetiche.
Nel Testamento di un Santo ancora oggi popolarissimo troviamo l’espressione latina “sine glossa”, che letteralmente significa: senza commenti, senza spiegazioni, senza interpretazioni o aggiunte.
Il Vangelo va annunciato in modo radicale e puro, senza attenuazioni o comodi compromessi dettati dalla mentalità del mondo. Senza andare alla ricerca di qualche effetto mediatico.
La gente non va attirata con accorgimenti accattivanti, ed è controproducente che si accalappino i giovani con un linguaggio tipico dei guru dei Movimenti ecclesiali. Se solitamente il linguaggio dei preti social dura poco nel loro effetto accattivante (i giovani poi se ne vanno altrove), il linguaggio dei guru o dei leader, se riesce nel loro intento a manipolare la mente degli adepti con il lavaggio del cervello, fa sì che questi resteranno fedeli e obbedienti, ma come schiavi di un guru.
E vorrei infine chiarire una cosa. Talora, e spesso, mi sentite parlare di Meister Eckhart e della Mistica speculativa medievale, di cui egli è il tipico rappresentante. Già la parola “speculativa” potrebbe scoraggiare, ma è semplice da spiegare: vuol dire che la Mistica di Meister Eckhart dà il primato all’intelletto, e non alla volontà, il che significa: prima di agire, se si vuole fare le scelte giuste occorre avere l’intelletto acceso (che è un riflesso dell’Intelletto divino; Dio è Luce, come ha scritto san Giovanni nel Prologo); se l’intelletto che è in noi è spento, non si possono fare le scelte migliori.
Altra cosa. Non è vero che i Sermoni di Meister Eckhart sono difficili da leggere. Anzitutto, ci sono Sermoni in latino (con cui Eckhart si rivolgeva ai dotti o alle istituzioni ecclesiastiche) e ci sono Sermoni in lingua volgare (il tedesco dei suoi tempi): questi discorsi Eckhart li teneva alle suore di un Convento che allora non avevano una grande cultura, era quasi analfabete. Se le suore capivano ciò che predicava Meister Eckhart, come possiamo dire che questi Sermoni siano difficili per noi, almeno che non siamo del tutto analfabeti, con il cervello fuso.
Torniamo all’apostolo Paolo. Dice una cosa importante quando scrive: «vera e gioiosa nuova notizia». D’altronde è il significato della parola Vangelo o meglio Evangelo, dal greco “eu “, buono, e “anghelon”, messaggio.
Talora mi chiedo, è la gente stessa che me lo chiede: annunciare qualcosa di buono, di nuovo che è una bella sorpresa di Dio. Viviamo in un mondo che sembra una cappa di violenze che ci opprimono e ci tolgono speranza. Se la gente comune sente continuamente da noi omelie apocalittiche, allora è chiaro che aumentano le esigenze di aggrapparsi a qualche santo taumaturgico (che costa poco o nulla) o al mondo degli psicologi o psichiatri (che costano un capitale).
Oggi si parla tanto di cura, e la cura migliore è cercare quell’equilibrio interiore che si chiama anche serenità spirituale. È chiaro che, lo faceva Cristo stesso, bisogna anche stigmatizzare il male, il potere, l’ipocrisia, le falsità, gli inganni, ecc. ma per proteggere i deboli, gli innocenti, e talora bisogna anche alzare la voce quando gli stessi cristiani si adeguano all’andazzo del mondo carnale, quando le nostre comunità hanno perso la bussola, che è la Buona Novella. Se si alza talora la voce anche nelle omelie non è per colpire o abbattere scoraggiando, ma per stimolare, smuovere gli indifferenti, coloro che stanno per andare alla deriva. Non faccio esempi, e sarebbero tanti, di santi che hanno cambiato vita, si sono convertiti, dopo una dura prova provvidenziale.

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