26 gennaio 2014: S. Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe
Sir 7,27-30.32-36; Col 3,12-21; Lc 2,41-52
Tutti gli anni la liturgia ambrosiana dedica la quarta domenica di gennaio alla Sacra Famiglia di Nazaret, a differenza del rito romano, che festeggia ordinariamente la Sacra Famiglia la domenica tra il Natale e il Capodanno. Gli storici ci dicono che la data fissata dal rito ambrosiano è quella più antica. Ma questo ci interessa relativamente.
Nella prima orazione della Messa, si propone la Sacra Famiglia come “un modello sublime di vita familiare”. L’aggettivo “sublime” già dice qualcosa: di per sé la parola significa “appena sotto la soglia”, potremmo aggiungere “dell’impossibile”. Ma noi tutti sappiamo che, nel caso della Sacra Famiglia, la soglia dell’impossibile è stata superata. Tutti gli anni sono quasi costretto a ripetere le solite cose, ovvero che ci troviamo di fronte a qualcosa che esce dai canoni comuni. Il Figlio è unico sotto tutti gli aspetti, il padre è solo putativo, la madre è una ragazza vergine. C’è anche un esterno alla famiglia tradizionale: lo Spirito santo. La Sacra Famiglia è allargata ad un quarto componente, che non è di per sé un intruso, ma è parte essenziale della Famiglia di Nazaret. Ed ecco la domanda: come si può proporre come modello una famiglia che in tutti i sensi esce dai canoni comuni?
Nonostante ciò, la festa odierna si presta a parlare quasi unicamente della famiglia cristiana, sul modello di quella di Nazaret. E la cosa paradossale consiste nel fatto che la Chiesa, lungo i secoli, non ha fatto altro che mettere alla famiglia cristiana delle regole, particolarmente di tipo moralistico, che l’hanno allontanata ancora di più dalla Sacra Famiglia, dimenticando che la famiglia prima di essere cristiana è anzitutto famiglia umana, le cui regole sono anzitutto i valori umani. Soffermiamoci ora sui brani della Messa.
Il primo è tolto dal Siracide, un libro che parla del legame tra la Sapienza divina e il popolo eletto. Ma troviamo anche proverbi e riflessioni sapienziali. Interessante l’ultima osservazione del brano della Messa: “in tutte le tue opere ricòrdati della tua fine e non cadrai mai nel peccato”. Il ricordo della morte, invece che uno spauracchio da allontanare, deve essere uno stimolo ad agire meglio. Allora il “memento mori” (ricòrdati che devi morire) si trasforma in “memento vivere” (ricòrdati che devi vivere). La morte è già nei nostri limiti, ed propria la consapevolezza che siamo limitati che ci porta ad essere saggi. Il vero pericolo dell’uomo moderno sta nella sua onnipotenza e nella sua presunzione.
Volere o no, siamo tutti collegati l’uno con l’altro: l’essere umano è per natura essere sociale. Ed è nei nostri rapporti con gli altri che risiedono i nostri primi doveri. Nel primo brano della Messa ci sono semplici consigli, che riguardano le nostre relazioni sociali e familiari. Consigli dettati dalla esperienza quotidiana di chi ha visto le cose e le ha vissute con saggezza. Tutto ciò fa parte del nostro essere umani.
Quando due giovani, che hanno deciso di sposarsi in chiesa e chiedono qualche consiglio per la scelta dei brani per la Messa del loro matrimonio, li invito a scegliere quelle pagine bibliche che riguardano le virtù umane, ovvero quei sentimenti di convivenza sociale che solitamente snobbiamo. Facciamo grandi discorsi sull’amore, e poi dimentichiamo di presentare i risvolti più comuni, diciamo più quotidiani, dell’amore umano.
Durante l’angelus della Festa della Sacra Famiglia, celebrata secondo il rito romano la domenica successiva al Natale appena trascorso, papa Francesco, tra l’altro, ha ricordato quali sono le tre parole chiave per vivere in famiglia: “permesso, grazie e scusa”. Quando in una famiglia non si è invadenti, si chiede permesso; quando in una famiglia non si è egoisti, si impara a dire grazie e – infine – quando uno si accorge di aver fatto una cosa brutta e sa chiedere scusa, ecco in quella famiglia c’è pace e c’è gioia. Siccome queste cose le ha dette il Papa, tutti ne hanno parlato, anche i telegiornali. Se le avessimo dette noi preti comuni, nessuno avrebbe detto nulla, anzi saremmo stati criticati per aver detto delle banalità. Ma queste cose da anni le diciamo anche noi preti di parrocchia. Quando facevo la confessione comunitaria coi ragazzi, nell’esame di coscienza insistevo su questi doveri di convivenza umana. E dicevo anche: i primi confessori dei bambini sono i genitori, non il prete. È in seno alla famiglia che si instaura quel rapporto sincero, anche di pentimento, tra genitori e figli. E aggiungevo anche, rivolgendomi ai genitori: anche voi talora, quando sbagliate, dovete chiedere scusa ai vostri figli, e in questo caso i figli sono i vostri confessori. La Chiesa, purtroppo, ha troppo ufficializzato la religione, con una gerarchia sacramentaria che ha tolto la dimensione ordinaria della vita. In altre parole: si è tolto alla famiglia quella sacralità che fa parte dell’amore in sé, senza dover perciò delegare la grazia e il perdono al potere ecclesiastico.
L’amore, indipendentemente da qualsiasi fede religiosa, si nutre di valori umani, a partire dalle cose più piccole. Di per sé il sacramento del matrimonio non dà più amore a due sposi perché sono cristiani. Casomai dà una grazia particolare perché i due giovani possano vivere al meglio il loro amore. Ma l’amore è lo stesso che c’è tra due che si amano, senza che per forza si debbano sposare in chiesa. E succede anche che in una famiglia cristiana si dimentichino i valori umani più semplici, più concreti. L’amore vive di cose semplici: si esplica nelle virtù umane più ordinarie.
Il brano di san Paolo, pur con qualche cautela, dovuta anche al contesto sociale dei suoi tempi, non fa che insistere sui valori umani, quali la fraternità, la sopportazione reciproca. Già san Paolo parlava di tenerezza. Non è dunque una novità parlare di tenerezza. E l’apostolo parlava di perdono. Pensate un po’: ancora oggi noi diciamo che solo Dio può perdonare, e ancor peggio diciamo che Dio ci perdona nella confessione. San Paolo ci dice: perdonatevi a vicenda gli uni gli altri. Io posso perdonare, e tu puoi perdonarmi. Quasi avessimo un potere divino! Qui cambia tutto: abbiamo sempre legato il perdono ad un sacramento, quello della confessione individuale, e ci siamo dimenticati che la prima persona a cui chiedere perdono non è Dio (come possiamo offendere Dio?), ma colui che abbiamo offeso.
Prima ho detto che alcune affermazioni di San Paolo vanno prese con cautela. Si tratta di quelle espressioni, oggi non più sopportabili, che sono legate alla mentalità maschilista del tempo dell’Apostolo. “Voi, mogli, state sottomesse ai mariti, come conviene al Signore”. Beh, capisco la mentalità del tempo, ma non capisco le parole: “come conviene al Signore”. Sembrano veramente blasfeme a noi moderni! Mi piace invece l’esortazione finale: “Voi, padri, (potremmo aggiungere anche: voi, madri) non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino”. I genitori potrebbero fare un serio esame di coscienza!
Il brano del Vangelo, noto e stranoto, riporta l’episodio di Gesù dodicenne che sale al tempio di Gerusalemme e qui rimane, senza avvisare i genitori. Vorrei dire due cose. Parto dalla seconda. La frase finale mette a posto un po’ tutto. Sembra quasi che i primi cristiani si siano preoccupati subito di far rientrare nell’ordine la discussione tra un dodicenne e i genitori. La scappatella di Gesù con la rivendicazione della propria autonomia poteva suscitare quale problema di convivenza familiare. Ed è qui che invece dovremmo riflettere, perché l’episodio di Gesù dodicenne che si appella al suo vero Padre, quello celeste, suscita una più che legittima provocazione. La cosa che subito ci sconcerta è che a rimproverare il figlio sia stata la madre, Maria, e non Giuseppe che, pur nel suo compito di padre putativo, aveva tutte le ragioni giuridiche di farsi risentire. Non mi soffermo su questo aspetto, pur interessante. Vorrei invece evidenziare la cosa più sconvolgente, ed è la rivendicazione della propria autonomia da parte di un ragazzo di dodici anni. Non ditemi: ma era Gesù? Anche la Madonna sapeva che era Gesù, e lo sapevano anche i primi cristiani, i quali subito hanno concluso: “Scese dunque con loro e venne a Nazaret e stava loro sottomesso”. Ecco, tutto sistemato! Ma il gesto e la risposta di Gesù rimangono ancora oggi a farci riflettere. E notatelo subito: il gesto e la risposta di Gesù oltrepassano il cerchio familiare in senso stretto. E qui la Chiesa è ancor più preoccupata e ancor più si sofferma sulla finale del brano di oggi: Gesù, tornato in famiglia, “stava loro sottomesso”.
Proviamo a riflettere sul senso da dare all’autonomia che Gesù ha rivendicato per sé. Qui le domande sono tante: qual è il rapporto tra autonomia e obbedienza? Qual è il rapporto tra coscienza personale e struttura di potere? Conta di più l’obbedienza ad una struttura o il bene comune? I genitori a che cosa devono anzitutto tendere: alla crescita umana dei figli o alla loro integrazione in una società, a partire dalla famiglia, dove non si fa altro che parlare di cose o di avere, che nulla hanno a che fare con i valori umani? Integrati nella struttura e disintegrati nell’essere, oppure alla ricerca di quel sé dove risiede per un credente il divino e dove risiede, in ogni caso, l’armonia di ciò che noi dovremmo essere?
Non si tratta di educare i ragazzi alla disobbedienza, ma di aiutarli a crescere rispettando la loro personalità che, come modello o come confronto, non dovrà necessariamente essere il contesto sociale e tanto meno religioso, ma quel meglio che fa parte di ciò che di più autentico Dio ha immesso nell’Umanità.
Non sarà un compito facile, per nessuno, ma noi credenti dovremmo sentirci addosso una grande responsabilità: Dio non ci ha creati per vivere da automi o integrati in un sistema come macchina manovrata da chissà quali interessi economici o religiosi, ma da figli di quel Dio, la cui paternità o maternità nessun’altra paternità o maternità terrena potrà sostituire.
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