
da la Repubblica
25 MARZO 2026
Referendum, Gratteri:
“Nessun conto da regolare.
Ora riforme, ma solo con il dialogo”
di Dario Del Porto
Il procuratore di Napoli: “Va recuperato il confronto istituzionale, magistratura e politica devono rispettarsi”
Durante la campagna elettorale per attaccarlo avevano evocato di tutto, da Giovanni Falcone a Sal Da Vinci. Ma ora che la riforma della magistratura promossa dal governo Meloni esce chiaramente bocciata dal voto del referendum, il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, uno dei frontman del no, dice di non considerare l’esito delle urne come un successo personale. «È l’espressione di una scelta dei cittadini». Dopo il referendum «non ci sono conti da saldare», alla giustizia servono piuttosto «riforme mirate e concrete», in linea con la Costituzione e concepite in modo condiviso, sottolinea il magistrato calabrese, da trent’anni sotto scorta per le sue indagini contro le mafie.
Procuratore Nicola Gratteri, qual è il messaggio che gli elettori hanno voluto dare votando no alla riforma della magistratura?
«La risposta dei cittadini è stata chiara: difendere l’equilibrio della Costituzione e chiedere che, su temi così delicati, non si proceda in modo unilaterale o poco condiviso. Il no esprime anche una richiesta di maggiore chiarezza, perché molti hanno percepito la riforma come ambigua nelle sue conseguenze. In sostanza, è un invito a intervenire sulla giustizia sì, ma con riforme mirate, concrete e costruite nel rispetto dei principi costituzionali e del confronto tra tutte le forze istituzionali».
Lei si è impegnato in prima persona per il No. Si sente uno dei vincitori, se non il vero vincitore, di questo referendum?
«No, non mi sento un vincitore. Non è una vittoria personale né di qualcuno contro qualcun altro. Credo sia piuttosto l’espressione di una scelta collettiva dei cittadini, che hanno voluto difendere alcuni principi e chiedere maggiore chiarezza su un tema così delicato. Io ho semplicemente fatto la mia parte, con coerenza e nel rispetto del mio ruolo».
Quanto l’hanno amareggiata gli attacchi spesso personali che ha ricevuto in questi mesi?
«Alcuni di questi attacchi mi hanno amareggiato, non lo nego. Ho cercato di non farmi condizionare, continuando a lavorare con serenità e a mantenere coerenza nelle mie posizioni. Alla fine, ciò che conta è restare fedeli al proprio ruolo e ai principi in cui si crede».
A Napoli, dove lei è procuratore da due anni e mezzo, ha votato per il no oltre il 75 per cento degli elettori. Come valuta questo dato?
«Sono felice, ma non la vivo come una conferma personale. È piuttosto un segnale forte da parte dei cittadini di Napoli, che hanno espresso in modo netto la volontà di difendere determinati principi e di chiedere maggiore chiarezza su una riforma così delicata. È un dato che va rispettato e letto con senso di responsabilità, senza forzature. Ho apprezzato molto la partecipazione dei giovani. Sono una risorsa straordinaria».
Lei ha sempre detto che alla giustizia servono riforme. Quali?
«Ho sempre detto che alla giustizia servono riforme concrete, non bandiere. La priorità è quella di semplificare le procedure, sia per velocizzare i processi sia per mettere nelle condizioni i magistrati di dedicare tutto il loro tempo a studiare i casi con approfondimento, senza essere distolti da inutili orpelli burocratici previsti in nome di uno pseudogarantismo. Le parti devono essere sicure che il loro giudice esaminerà i fatti presto e bene. Serve poi rafforzare gli organici, sia dei magistrati sia del personale amministrativo, e investire seriamente nella digitalizzazione degli uffici. Occorre anche migliorare l’organizzazione del lavoro negli uffici giudiziari, revisionando seriamente e oggettivamente, senza piegarsi a interessi di parte, le circoscrizioni giudiziarie e le piante organiche, tagliando dove non serve e rafforzando dove viceversa è necessario. In sintesi, riforme pragmatiche, condivise e coerenti con i principi costituzionali, che rendano il sistema più efficiente senza indebolirne l’indipendenza».
Esponenti della destra alludono al timore di inchieste contro i politici dopo il referendum. Il ministro della Giustizia dice di escludere «ritorsioni in senso tecnico, informazioni di garanzia, atti o provvedimenti giudiziari nei confronti di chi ha patrocinato questa riforma». Sarà possibile recuperare il dialogo tra politica e magistratura?
«Me lo auguro. Non ci sono conti da saldare, ma un dialogo istituzionale da recuperare nel rispetto dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura e del ruolo della politica. Sono due poteri distinti che devono agire rispettandosi reciprocamente, collaborando, sempre assicurando la distinzione di ruoli e compiti, senza sovrapposizioni né contrapposizioni, ma perseguendo l’interesse dei cittadini».
Cosa dirà ai suoi pm dopo questo voto?
«Di continuare a lavorare come hanno sempre fatto, con serietà, equilibrio e senso delle istituzioni. Questo risultato non cambia il nostro compito: applicare la legge con rigore, nel rispetto dei diritti di tutti. Dobbiamo restare concentrati sul lavoro quotidiano, senza farci condizionare dal clima esterno, mantenendo indipendenza e responsabilità. Per questo sono grato a loro per quanto sin qui fatto».
Commenti Recenti