26 aprile 2026: QUARTA DI PASQUA
At 6,1-7; Rm 10,11-15; Gv 10,11-18
Il libro “Atti degli Apostoli”, scritto da Luca, autore anche del terzo Vangelo, è forse il più interessante di tutta la Bibbia per gli inizi del cammino del Cristianesimo. Almeno per me lo è. Eppure, a parte alcuni episodi che ogni anno vengono riproposti nella celebrazione eucaristica nel periodo pasquale, il libro di Luca è del tutto o quasi sconosciuto. Credo che pochissimi forse tra gli stessi preti lo abbiano letto nella sua versione integrale.
Nei primi 5 capitoli Luca sviluppa il cammino della nuova comunità cristiana alla luce del Risorto: una comunità che, ricca dello Spirito del Risorto, vuole vivere a Gerusalemme, mettendo in pratica proposte e valori che gli Apostoli raccontano della Buona Novella.
Annuncio, testimonianza e fede: tre parole che potrebbero sintetizzare il cammino dei primi cristiani. Un cammino che, all’inizio sarà anche veloce per una calorosa accoglienza del Vangelo, anzitutto tra gli stessi ebrei, e poi tra i pagani, suscitando però le ire dei capi ebrei e dell’impero romano. Ma, oltre a questi nemici dall’esterno, la Buona Novella creava malumori tra gli stessi cristiani, che provenivano da ambienti diversi, con diverse culture.
Già con il primo brano della Messa possiamo farcene un’idea. Con il cap. 6 si evidenzia l’inizio della rapida espansione del Vangelo in Israele fino ad Antiochia e, insieme, il racconto dei fatti quotidiani della Comunità di Gerusalemme che rivelano le iniziali difficoltà interne che mettono in crisi la fiducia reciproca e la comunione fraterna. Non dimentichiamo che i primi credenti nel Risorto venivano chiamati “fratelli”.
A Gerusalemme la comunità ebraica è costituta da ebrei e da ellenisti. Gli ebrei erano nati e cresciuti in Palestina, parlavano in aramaico e, nelle sinagoghe, leggevano la Bibbia in ebraico, erano molto attaccati alle tradizioni dei padri e alla legge di Mosè, consideravano indiscutibili le interpretazioni dei rabbini. Gli ellenisti erano ebrei, ma nati e cresciuti fuori della Palestina. Vivevano una cultura molto più aperta per la conoscenza e la convivenza con altri popoli. Ora, a Gerusalemme, avevano sinagoghe proprie (pare che a Gerusalemme si potessero contare sul palmo di una mano), mentre le sinagoghe degli ebrei erano alcune centinaia. La primitiva comunità cristiana era costituita in maggioranza da ebrei nati in Israele, ma anche da ellenisti. Ed ecco il fatto che leggiamo nel primo brano della Messa.
Nell’assistenza quotidiana sorge una lamentela della minoranza, costituita da ellenisti, poiché rimproverano una certa trascuratezza nei confronti delle loro vedove elleniste. È interessante verificare il metodo seguito per risolvere la tensione.
Gli Apostoli riconoscono la situazione di difficoltà e decidono di sviluppare, diversificando, ruoli e compiti. Non accusano, non rivendicano un loro potere insindacabile, ma si preoccupano della elezione dei “Sette”, tutti di origine greca (lo si vede dal nome), perché si occupino dell’assistenza quotidiana e, in particolare, delle mense.
Vorrei subito farvi notare la disponibilità degli Apostoli anche ad accettare le critiche, il che non succede oggi quando uno ha un potere e si chiude, rifiutando ogni critica. È il caso dell’attuale vescovo che sta a capo della diocesi milanese: così si comportava anche il cardinale Angelo Scolam che si irrigidiva quando qualcuno lo contestava nel suo ruolo.
Leggendo gli “Atti degli Apostoli” si ha una netta sensazione che il clima fosse di un confronto schietto, talora fortemente dialettico (pensiamo al primo Concilio di Gerusalemme, 49/50 d.C. tra tradizionalisti e innovatori).
Se, come abbiamo detto, le prime comunità cristiane erano formate da convertiti provenienti da mondi diversi, con culture diverse, immaginate le difficoltà di andare d’accordo, conciliando le esigenze degli uni e quelle degli altri. Gli Apostoli, pur rigidi sull’annuncio evangelico, hanno cercato di attutire le tensioni, con una grande attenzione.
Per andare d’accordo non bisogna cedere a compromessi sull’annuncio della Buona Novella. Il cosiddetto ecumenismo di oggi rischia tale pericolo. Il problema è invece concreto: riguarda le difficoltà storiche e ambientali. Man mano che sorgono difficoltà concrete bisogna affrontarle con intelligenza e non con chiusure: risolverle non significa cedere al messaggio evangelico. Anzi, più il messaggio è radicale più è universale, perché tocca l’essenza stessa degli esseri umani.
Qui dovrei soffermarmi a lungo, e contestare la pastorale dei preti di oggi. E dovrei anche dire un’altra cosa: se ascoltassero di più gli spiriti liberi, le autorità troverebbero la via giusta per risolvere al meglio i problemi di oggi. E questo succede anche nel piccolo di una parrocchia: pensate a un prete che si circonda di persone idiote. L’intelligenza non è mai di ostacolo: apre a uno schietto e lucido confronto. Oggi a mancare è la luce della Grazia che illumina per poter fare le scelte giuste. Al buio si va alla cieca, e le scelte che si fanno al buio portano lontano dall’annuncio evangelico, che è il Logos, ovvero il Pensiero eterno.
Gli Apostoli, di fronte alle sacrosante critiche dei cristiani ellenisti per la trascuratezza nel campo assistenziale per le loro vedove, decidono di scegliere tra gli stessi ellenisti sette uomini di buona reputazione, con l’incarico di servire i poveri più bisognosi, tra cui le vedove, assistendoli materialmente con cibo o altro.
In italiano “servizio” traduce la parola greca “diaconia”, da qui il nome “diacono”. Ecco perché diciamo che gli Apostoli hanno istituito il “diaconato”, che a quei tempi consisteva anzitutto nell’assistenza delle mense per i poveri. Onestamente dovremmo dire che nulla di nuovo sotto il sole: anche gli ebrei e gli stessi pagani avevano le loro mense per assistere i più poveri. Ma la cosa più interessante è che, istituendo il diaconato, gli Apostoli si sono liberati da incombenze, pur necessarie, che li avrebbero distolti dal loro principale compito: celebrare l’eucaristia e annunciare la Parola.
Da ultimo, una parola sul diaconato permanente di oggi, solo maschile. Sappiamo per certo che nelle prime comunità cristiane c’erano anche profetesse, per esempio le quattro figlie del diacono Filippo, e c’erano anche diaconesse. Ma il problema è di fondo, e riguarda lo stesso diaconato maschile permanente. Che mansioni hanno questi diaconi sposati o non sposati, che non sono preti? Da quanto vedo e conosco, non fanno nulla o quasi, eppure dovrebbero impegnarsi più attivamente non solo nel campo socio-assistenziale. Non è vero che i primi sette diaconi avevano solo il compito del servizio delle mense. Potevano anche predicare, così ha fatto Stefano e lo stesso Filippo. Stefano proprio per il suo coraggioso annuncio della Buona Novella è stato ucciso a sassate dai capi ebrei.
Con la carenza attuale dei preti, c’è bisogno di laici preparati e di diaconi che si dedichino soprattutto all’annuncio del Vangelo. Se in certi posti, pensate alle zone montagnose, il prete non può andare dappertutto a celebrare le Messe la domenica, un diacono potrebbe sostituirlo con celebrazioni liturgiche con la Parola di Dio al centro. Oggi siamo tornati al tempo del catecumenato, e i catecumeni di oggi sono i cristiani anche battezzati che hanno bisogno di essere catechizzati.
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