26 luglio 2026: NONA DOPO PENTECOSTE

26 luglio 2026: NONA DOPO PENTECOSTE
2Sam 12,1-13; 2Cor 4,5b-14; Mc 2,1-12
Mi soffermo sulla seconda lettura: ci presenta un testo preso dalla seconda lettera che l’apostolo Paolo ha scritto ai cristiani di Corinto. Sempre utile tornare su questa comunità.
La caratteristica più stridente della comunità di Corinto era la divisione. All’interno v’erano delle fazioni: alcuni cristiani parteggiavano per l’apostolo Paolo, altri per Apollo, altri stavano con Cefa (Pietro) e altri (diciamo per fortuna) con Cristo.
Ma a dividere i cristiani di Corinto furono soprattutto due figure: Paolo e Apollo. Chi era Apollo? Era un ebreo colto proveniente dalla città di Alessandria. Conosceva bene le Scritture, ed era molto eloquente. Era un punto di riferimento molto importante per la comunità di Corinto. È probabile che Apollo fosse considerato da quelli del suo «partito» un maestro di sapienza e che Paolo fosse invece da loro disprezzato perché carente di parola retoricamente forbita. Lui stesso lo riconosce: “sono rozzo nel parlare”, poi aggiunge: “non lo sono però nella conoscenza”. Quindi, Paolo stesso afferma di non essere un oratore brillante o di non possedere una dialettica raffinata. Nei suoi scritti, infatti, ammette di aver predicato “non con sapienza di parola”, preferendo concentrarsi sul messaggio dei contenuti anziché sugli abbellimenti retorici.
Qui potremmo aprire un lungo discorso. Una volta c’era la scuola di retorica, dove si insegnava l’arte del parlar bene ed efficacemente. Due cose importanti: saper usare, ed è un’arte, il giusto linguaggio a seconda anche del pubblico. Capisco usare parole anche difficili e tecniche a un pubblico di competenti, come scrivere libri specialisti per specialisti. Ma per noi preti il problema è come evangelizzare le masse, ovvero come comunicare il messaggio di Cristo nella sua essenzialità, senza tradirlo, anche alla gente comune.
Anche la gente comune va rispettata, e non dobbiamo pretendere che essa capisca, se l’oratore o il predicatore o il celebrante non si fa capire. Ma oggi succede che i preti, giovani o parroci, non si preparino e tengano omelie davvero bislacche, diciamo strampalate, ripetendo le solite cose del tipo moraleggiante. Per secoli e secoli abbiamo dato più importanza alla morale che al messaggio di Cristo che apre orizzonti nuovi, di luce.
E tanto più si vive in contesti di buio quasi totale, dove a dettare legge sono le opinioni, le più svariate e stravaganti, occorre un punto fermo, un faro, che è il nostro intelletto interiore, che prende luce dall’Intelletto divino. Le scelte anche nel campo morale o comportamentale si fanno quando si hanno le idee chiare. E qui attenzione anche alle parole: spesso usiamo l’espressione “volere divino”, Gesù stesso parlava della volontà del Padre. Il volere di Dio è la verità, ed è la Verità che ci fa liberi. In altre parole possiamo dire che il Volere di Dio è la Sorgente infinita di luce. Intendendo male il volere di Dio la Chiesa istituzionale è arrivata all’assurdo di imporre norme o leggi o comandamenti quasi fossero espressioni del volere di Dio. La gerarchia stessa si è definita come il volere stesso di Dio.
La gerarchia, anche nei suoi ministri, deve casomai annunciare la verità di Dio, nella sua essenzialità. La morale ha tradito la verità, dando il primato al comportamento, legato però a leggi di una Chiesa che ha sempre interpretato a modo suo il volere del Padre celeste.
Tornando a Paolo e a Apollo, la gente preferiva Apollo perché predicava bene, usando un linguaggio forbito, cioè raffinato, magari a discapito del messaggio evangelico, che è anche rude tanto è radicale, essenziale, perché punta alla Verità più pura.
Ma lo scopo è quello di arrivare alla gente per aprire la mente a orizzonti sempre nuovi. Ogni giorno la verità è nuova, perché è creativa, stimola al Meglio.
Soprattutto oggi la gente ha fame e sete di qualcosa di sostanzioso, qualcosa che nutra e disseti lo spirito, perché sente un certo vuoto, prodotto da una società materialista e da una gerarchia bislacca, soprattutto nei suoi preti che invece di dedicare tempo ed energie a preparare le omelie le improvvisano dicendo così le solite banalità che lasciano il cuore secco e arido. E poi non lamentiamoci se prolificano sette o movimenti o partiti che approfittano della situazione per ingannare le masse.
C’è di più. Al tempo di Paolo c’era chi, tra i cristiani di Corinto, lo contestava perché non lo considerava un vero apostolo. In realtà, in senso stretto Paolo non lo era, in quanto non faceva parte del Gruppo dei Dodici istituiti dallo stesso Gesù Cristo. Non ha conosciuto Gesù in vita, ma è stato scelto dal Cristo risorto: aveva cambiato vita, ovvero si era convertito lungo la via di Damasco, folgorato dalla luce divina. Da fervente persecutore dei cristiani diventerà strenuo difensore degli stessi, sentendosi anche lui un “apostolo”, termine che significa “inviato”, ovvero con una missione (da qui missionario) del tutto speciale, rivolgendo la predicazione del Vangelo al mondo dei pagani.
E Paolo non accettava di essere equiparato a certi predicatori imbroglioni o perdigiorno che si presentavano alle comunità con lettere di raccomandazione. Ed ecco le sue parole: «Abbiamo rifiutato le dissimulazioni vergognose, senza comportarci con astuzia né falsificando la parola di Dio, ma annunciando apertamente la verità e presentandoci davanti a ogni coscienza umana, al cospetto di Dio».
In più quelli di Corinto rimproverano a Paolo di poche conversioni proprio perché, come oratore, vale poco. Paolo si difende premettendo però che quelli che hanno successo, tra loro, sono sleali e falsificatori del messaggio di Gesù poiché nascondono le esigenze morali più significative. Del resto anche noi preti siamo un po’ populisti. Nascondiamo le cose serie e preferiamo parlare di cose meno impegnative per accalappiare più gente, ma le chiese rimangono vuote. Prendono da noi il biscottino, e senza neppure dirci grazie vanno poi altrove a prendere altri biscottini.
San Paolo, nonostante sia ancora oggi criticato da ogni parte per motivazioni anche assurde, ci insegna una cosa, e sta nelle sue parole rivolte ai cristiani di Corinto: “Sono vostro servitore a causa di Cristo”. Come mettersi al servizio di una comunità? Anche con tutte le proprie fragilità. Dovremmo riflettere sulla immagine dei vasi di creta. Il Vangelo è custodito in vasi fragili. Il Signore preferisce gli strumenti poveri e deboli per realizzare le sue meraviglie. Il Vangelo è un tesoro prezioso portato in vasi di terracotta, senza valore e sporca. Sa di essere con difetti e carenze, ma rivendica il tesoro che annuncia poiché è prezioso per sé e per gli altri, amati dal Signore, che hanno bisogno della forza di Gesù. La consapevolezza del dono che porta fa sopportare a Paolo le difficoltà, a volte durissime.
Ma a lui interessa che in coloro che lo accolgono ci sia la vita piena. Sono santificati dallo Spirito e credono nella risurrezione che pone ciascuno accanto a Gesù nella gloria.
Ma quanti, in ogni campo sia civile che religioso, oggi pensano e si danno da fare per far star bene, dentro, ogni essere umano?

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