
da www.huffingtonpost.it
27 Aprile 2026
Torture culture.
Catalogo delle sevizie russe in Ucraina
di Sofia Ventura
DocUcraina/16 – Racconti di torturati che sono terribili ma non fine a sé stessi: infliggere dolore non per estorcere confessioni ma per tenere alto il livello di terrore, sin da Stalin e i suoi gulag. L’eterna caccia al nazista immaginario
Titolo: Torture Culture
Produzione: Kyiv Independent, War Crimes Investigations Unit, Ucraina, 2026.
Titoli di circolazione: Inside Russia’s System of Torture; From Stalin to Putin: Russia’s History of Torture
Lead producer e investigative reporter: Danylo Mokryk
Regia: Maksym Yakobchuk
Montaggio: Dmytro Chaika
Fotografia: Oleh Halaidych, Andriy Roliuk, Kristian Alexander Gjørven Lundby
Ricerca: Myroslava Chaiun
Musica: Oleksandr Klyman
Musicisti: Amara Quartet
Lingua: inglese
Disponibile gratuitamente su You Tube: https://www.youtube.com/watch?v=p7Ei6mAf3mQ&t=51s
Torture culture racconta, anche con testimonianze dirette, ciò che le opinioni pubbliche europee occidentali ignorano o preferiscono ignorare, ovvero come la tortura sia da decenni parte della cultura di potere del Cremlino. E se lo è c’è un motivo molto chiaro, anche questo volutamente rimosso, ovvero che quel potere ha una natura fortemente totalitaria, non ammette altro da sé e non concepisce altra modalità di fronte a chi gli si oppone, o a chi ritiene potrebbe opporglisi, se non l’annientamento, con la morte o la trasformazione profonda del nemico, reale, potenziale o oggettivo (cioè creato dal regime) che sia.
Solo avendo in mente ciò si può cogliere il senso delle testimonianze di civili ucraini, un prete, un insegnante, funzionari pubblici, che si susseguono nella forma di dettagliati e angoscianti racconti fatti da chi è sopravvissuto alla prigionia in Russia o nei territori occupati e ha conosciuto la tortura. Tortura per mano di soldati, ufficiali e membri dei servizi segreti: non la brutalità primitiva della soldataglia, ma la pratica sistematica di un regime. Uno dopo l’altro, seduti su una sedia solitaria, in grandi stanze oscure che richiamano i luoghi della prigionia, i protagonisti del documentario, persone comuni, di mezza età, narrano con pacatezza, con pochi e brevi attimi di commozione, con coraggio, le pratiche alle quali sono stati sottoposti. Tenaglie, corde, fili per l’elettroshock, oggetti contundenti, in sale della tortura; corridoi dove venivano fatti correre nudi e picchiati da personale russo; celle minuscole e gelide coperte di escrementi e urina; spazi chiusi dove non era possibile stare né seduti né in piedi né in nessuno modo. Per giorni, settimane, mesi, anni.
Loro sono sopravvissuti, tanti altri vi hanno trovato la morte. Persone comuni, appunto, che hanno anche il coraggio, con un imbarazzo pudico, di raccontare le molestie sessuali, finalizzate ad accrescere l’umiliazione. In ognuno di loro vi è la consapevolezza del senso di ciò che gli è accaduto. Raccontano come nei luoghi di detenzione gli arnesi della tortura fossero ovunque, e come la detenzione la ricomprendesse sistematicamente. Hanno sentito urlare gli altri prigionieri, una donna anche il proprio figlio, parte della tortura. Hanno visto il divertimento dei loro aguzzini, donne e uomini. Hanno compreso che non mostrare paura o sofferenza è controproducente, perché provoca rabbia nel torturatore, che vuole vedere il risultato delle sofferenze immani che provoca: l’annientamento della vittima, il suo diventare nulla.
Queste testimonianze così intense riecheggiano una realtà già riportata in altri documentari, rapporti, fonti ormai numerosissime. Le prove della tortura sistematica nei territori occupati (alcuni dei quali poi liberati) sono raccolte dal 2022 (ma ancora da prima per quanto riguarda la Crimea e il Donbas) da giornalisti, magistrati, avvocati, volontari che insieme stanno costruendo impressionanti dossier sui crimini perpetrati dai russi, contro i civili e i militari. Torture culture è parte di questo lavoro. È stato realizzato dalla nota testata Kyiv Independent, in particolare dalla sua War Crimes Investigations Unit, la cui opera di indagine e divulgazione merita davvero di essere seguita. Specialmente in un paese come il nostro, dove chi finge che questi crimini non esistano, e più o meno direttamente o ambiguamente contribuisce a diffondere le stesse menzogne usate dal regime di Putin per individuare i suoi ‘nemici’, è cullato dal sistema mediatico e festivaliero, come una star della divulgazione culturale o dell’opinionismo ubiquo.
La menzogna principale usata dal regime di Putin per costruire il nemico e legittimare così la sua violenza si riassume nell’accusa di “fascismo” e “nazismo”. In un altro video del Kyiv Independent realizzato dallo stesso autore di Torture culture, Danylo Mokryk, Fascists Everywhere! History of Kremlin’s Murderous Lie From 1950 Until Today, è riscostruito l’uso strumentale di questa accusa dagli anni Cinquanta. I rivoltosi ungheresi del 1956 così come quelli di Praga del 1968 erano fascisti, quando non diretti eredi dei nazisti collaborazionisti dei tedeschi; fascisti infestavano i paesi baltici nel 1991 secondo la propaganda che accompagnò i tentativi anche militari di impedire il loro divorzio dall’Unione Sovietica; e poi di nuovo fascisti in Georgia e in Ucraina, nel 2008, nel 2014, nel 2022.
La pretesa difesa dalle trame di fascisti o neonazisti, burattini o complici dell’Occidente e degli americani, è stata ogni volta utilizzata per soffocare o tentare di soffocare ogni aspirazione di indipendenza dall’Unione Sovietica e poi dalla Russia. Nel primo caso per difendere il socialismo, nel secondo la Russia stessa e i russofoni fuori dei confini russi. Questi ultimi, vittime di discriminazioni e “genocidio” da parte dei fascisti e nazisti dei paesi confinanti. E il cerchio si chiude: la creazione del mostro nazi-fascista laddove non esiste, per dare forma alla categoria del nemico, disumanizzato e demonizzato. Ma poi individuato in esseri umani in carne ed ossa, da annientare. “Fascista” è l’epiteto rivolto ai testimoni del documentario, che raccontano la loro terrificante esperienza della tortura, come gli altri prigionieri nei luoghi di detenzione nei territori occupati prelevati nelle loro case o per strada, incappucciati, portati nelle prigioni e lì, senza nemmeno la minima parvenza di legalità, torturati. Come “fascisti”, dove l’essere fascista è dato dall’essere sospettato e accusato di rimanere fedele al proprio essere ucraino. Lo scopo non è tanto ottenere confessioni o rivelazioni, quanto terrorizzare la popolazione, perché nessuno osi alzare la testa e tutti si conformino al mondo totalitario pensato a Mosca.
La storia del potere del Cremlino, dunque, si ripete. Perché questo uso sistematico della tortura per piegare chi è percepito come una minaccia o creato come il nemico occasionale per produrre una rivoluzione permanente terroristica, non nasce oggi. Il documentario intermezza le testimonianze con il lavoro dei ricercatori sul fenomeno della tortura in Urss e in Russia: non solo come fenomeno generale, ma come insieme di pratiche specifiche, comportamenti e obiettivi che si ripetono, esso proviene da lontano, dai Gulag, passando per le due guerre cecene, come testimonia in Torture culture Akhmed Gisaev, passato dalle prigioni russe nel 2003.
Di questa “cultura della tortura” dunque tratta il documentario del Kyiv Independent, che non si sottrae a una provocazione. Le testimonianze sono intermezzate da un quartetto d’archi che negli stessi spazi bui e opprimenti suona Čajkovskij, note di una bellezza evocativa e struggente, che creano un contrasto quasi insopportabile. È evidente il desiderio di mostrare la contraddizione in seno alla stessa Russia. Ma di per sé il contrasto sarebbe senza un grande significato, se non fosse che la stessa cultura russa, in primis quella musicale, è oggi esplicitamente utilizzata dal Cremlino per “normalizzarsi” agli occhi del mondo, mentre compie i suoi crimini. E i crimini dei quali testimonia Torture culture si stanno compiendo ora, mentre scrivo e mentre voi leggete. Anche se questo tipo di produzioni non trova accoglienza nel grande pubblico e rimane circoscritto a circoli professionali o comunque ristretti. Cosa ancora deve accadere affinché le nostre società comprendano la natura del potere e del regime che sta minacciando l’Europa?
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