Omelie 2013 di don Giorgio: Prima domenica dopo la Dedicazione

27 ottobre 2013: Prima dopo la Dedicazione

At 13,1-5a; Rm 15,15-20; Mt 28,16-20

La guida liturgica del nostro rito ambrosiano titola questa domenica: “Prima dopo la Dedicazione”, e come sottotitolo troviamo: “Il mandato missionario”, parole che, come vedremo, riassumono il contenuto dei tre brani della Messa. Già la parola “mandato” nella sua accezione comune fa pensare a qualcosa di impositivo, a un ordine, oppure indica un compito da eseguire. Inoltre, se c’è un mandato, ciò significa che esiste un mandante: uno che dà un ordine o un incarico. Vorrei aggiungere che alcune parole e alcuni verbi in italiano includono il termine mandato: pensate a comandante, pensate a comandare e a comandamenti. Forse dimentichiamo che in queste parole c’è il prefisso “co-“, che deriva dal latino “cum” e che nella nostra lingua significa “insieme”.

Neppure Dio comanda da solo, mentre noi uomini sembra che ci divertiamo a imporre ordini e disposizioni, senza chiedere il parere dell’altro. Pretendiamo di essere obbediti. Il potere dà ordini: finge di chiedere il nostro assenso, in realtà fa di tutto, anche in nome dei sacrosanti principi democratici, per comandare, ma senza il “con”, senza cioè quell’insieme che costituisce ogni democrazia.

Dio non dà ordini: vuole il nostro consenso. Non impone, a prescindere. Se c’è una cosa che andrebbe imposta, questa cosa è il bene, eppure Dio ci lascia liberi di scegliere, anche contro il nostro bene. Non impone, altrimenti ci avrebbe creato dei burattini. Qui sta il mistero della libertà e qui sta il mistero del male.

Dovremmo rivedere ciò che noi chiamiamo “volere di Dio”. In nome di una presunta volontà divina si sono fatte le guerre, è stata violentata la libertà di coscienza, la Chiesa ha imposto le sue strutture. La religione che cos’è, se non il volere di Dio che non rispetta la libertà di coscienza? Certo, Dio vuole che noi ci salviamo, ma non contro la nostra libertà. Qualcuno si sta ancora chiedendo: non era preferibile un mondo senza libertà, ma dove non c’era sofferenza, ma solo gioia? In tal caso, la gioia in che cosa consisterebbe? Forse la gioia di un orologio che segna le ore in un modo del tutto automatico?

Ho voluto fare questa premessa, per me fondamentale, per introdurre le riflessioni sul mandato cosiddetto missionario contenuto nei brani della Messa. Diciamo subito che l’aggettivo “missionario” è di per sé superfluo: deriva dalla stessa parola “mandare”, “ricevere”. Da notare anche, scusate se sono pignolo nel specificare i termini, che “missionario” non è un termine esclusivamente religioso. Ognuno di noi  ha una missione da compiere: un compito magari specifico. Anche fare i genitori è una missione, così insegnare, così fare il sindaco, così fare il parlamentare. Come al solito, noi cristiani ci impossessiamo delle parole come se fossero esclusivamente nostre. Ci mettiamo sopra le nostre etichette. Credenti o non credenti, siamo chiamati ad essere missionari. Ma come?

Il primo brano della Messa riporta i primi versetti del capitolo 13 del libro “Atti degli apostoli”. L’autore, l’evangelista Luca, parla della comunità di Antiochia. Parentesi. Proprio ad Antiochia, capitale della provincia romana della Siria e terza città per grandezza dell’impero romano, dopo Roma ed Alessandria, per la prima volta i seguaci di Cristo furono chiamati “cristiani” da parte dei pagani, i quali ritenevano che Cristus o Chrestus fosse un nome proprio, mentre in realtà è solo un titolo, un appellativo, che significa unto.

Prima, i credenti venivano chiamati “discepoli”, “”fratelli”, “eletti”, “santi”, ovvero chiamati alla santità. Ebbene, qui ad Antiochia sorse una tra le più fiorenti comunità cristiane. Luca scrive che nella Chiesa di Antiochia c’erano profeti e maestri. Sono costoro che guidano la Chiesa antiochena. Quindi, all’inizio la Chiesa era nelle mani di profeti e di maestri. Poi, con il passare del tempo, prevarranno i maestri, ovvero i dottori della legge, così come era successo al tempo di Cristo, quando la religione ebraica era nelle mani degli scribi e dei farisei, contro cui Cristo si scagliò più volte, chiamandoli “guide cieche e ipocrite”.

Oggi, quando si parla di profeti, sembra che sia parli di individui un po’ strani, bizzarri, ritenuti per lo più dalla gerarchia degli incomodi, dei disturbatori dell’ordine costituito. Eppure la Chiesa di Cristo nacque sulla profezia, nel senso che nacque il giorno della Pentecoste, quando discese sugli apostoli il dono della profezia, ovvero lo Spirito santo. La Didachè – libro interessantissimo, scritto verso la fine del primo secolo da un autore, di cui non conosciamo il nome – parla a lungo dei profeti e mette in rilievo la loro importanza. Anche San Paolo nelle sue lettere ne parla, sottolineando il loro compito: quello di edificare, esortare, consolare. Il profeta non è, come ritiene ancora oggi l’opinione pubblica, colui che predice il futuro, ma colui che, in vista del futuro, sa leggere il presente con gli occhi di Dio. Ecco che cosa significa: interpretare i segni dei tempi. Il profeta non è uno che è fuori del mondo, ma uno che è presente nel tempo più di qualsiasi altro, e nello stesso tempo ne coglie i semi che si svilupperanno nel futuro.

Non confondiamo, dunque, la profezia con la cultura. Neppure dobbiamo metterle in contrasto. Nella Chiesa di Antiochia c’erano profeti e maestri. La profezia illumina la cultura: la apre sul presente storico, perché la cultura sappia cogliere il senso delle cose, quel significato talora nascosto che, se resta nascosto, blocca il vero progresso. La Chiesa, purtroppo, lo ripeto, lungo i secoli ha preso la strada della dottrina, temendo la presenza della Profezia. Eppure i primi cristiani venivano chiamati “i seguaci della Via”. Il cristianesimo era cioè chiamato: la Via. Ma gli interpreti della Bibbia, favorendo la gerarchia dei dotti, hanno preferito tradurre il termine originale “via” con la parola “dottrina”, e così i primi cristiani venivano chiamati “i seguaci della dottrina di Cristo”. La parola “via” fa pensare ad un cammino. La dottrina non ha fatto che chiudere questo cammino, tra i paletti di dogmi assoluti, oltre i quali non si poteva andare. Ed è tra questi paletti, in un ovile chiuso, che si è preteso di mettere i convertiti. Ecco che torna il “mandato missionario”: ovvero, secondo la gerarchia, Cristo avrebbe ordinato di andare in giro a fare proseliti per ingrossare le file degli aderenti alla Chiesa-struttura. L’evangelizzazione, ovvero annunciare il Vangelo di Cristo, venne subito intesa come proselitismo: andare per il mondo a battezzare e a conquistare le anime per il regno di Dio, inteso come Chiesa-struttura.

Anche la seconda e la terza lettura della Messa sembrano orientare in questo senso. Nella lettera ai Cristiani di Roma san Paolo rivendica con vanto il suo diritto-dovere di “annunciare il vangelo di Dio perché le genti (gentes, popolazioni pagane) divengano un’offerta gradita, santificata dallo Spirito santo”. E noi sappiamo cosa l’apostolo intendesse per evangelizzazione. Così il brano del Vangelo, che è la parte finale di Matteo, sembra ricalcare la preoccupazione della Chiesa primitiva: quella appunto di fare proselitismo: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”.

Già la parola “evangelizzazione” dovrebbe metterci in guardia. Che significa annunciare il Vangelo, ovvero la Buona o la Bella Notizia di Cristo? Cristo è venuto per dirci che cosa? Qual è la sua bella notizia? In una parola: Egli ci ha detto che Dio è il Padre di tutti, e che tutti sappiano di appartenere ad una stessa famiglia: una famiglia dove non ci sono divisioni, caste, gruppi e gruppuscoli, partiti o fazioni d’ogni tipo. Certo, ognuno è un sé irripetibile, ma ciò che lo distingue non è l’appartenenza ad un credo religioso, non è il suo dio, ma la sua singolarità di persona che non è, dunque, un numero, uno tra i tanti.

La Chiesa, dunque, non dovrebbe essere preoccupata di farsi numero, di ingrossare i suoi seguaci, ma di annunciare al mondo che siamo tutti figli di un Dio che non si fa condizionare da nessuna religione. Se è naturale che esistano le religioni, non è naturale che le religioni, l’una contro l’altra, si credano depositarie della Verità. In ogni religione c’è un riflesso di Dio, ma Dio preferisce riflettere il suo volto nell’Umanità, che è superiore ad ogni religione. Non mi piace la parola religione, e rifiuto pensare che il cristianesimo sia una religione, per il semplice fatto che non lo è. Cristo non ha inventato una nuova religione. Non è una mia opinione. La Chiesa lo dovrebbe sapere. Ma preferisce rinchiudersi tra le quattro mura della religione che chiama cattolica. Se dovessi parlare di religione, allora direi che l’Umanità è la vera religione, che abbraccia tutte le forme religiose esistenti sulla terra. Noi, in quanto credenti, in quanto cristiani, apparteniamo sì alla Chiesa cattolica, ma non siamo sudditi della Chiesa-struttura, ma di quell’Umanità per la quale Cristo ha dato la sua vita, per liberarla da ogni schiavitù. Il vero peccato, dunque, non è il venir meno ai doveri nei riguardi di una struttura, che si chiami chiesa o partito politico non importa, ma nei riguardi dell’Umanità. Siamo figli di un Dio che è Padre universale. Non siamo figli di una struttura. Se tutti siamo figli di Dio, allora tutti siamo fratelli, al di là di ogni appartenenza religiosa o politica. Più siamo figli di una struttura, più ci dividiamo, ci odiamo, ci combattiamo. Più tradiamo la nostra Umanità.

Ecco cosa intendo per evangelizzazione. Ecco perché ho forti riserve nei riguardi dell’opera evangelizzatrice dei missionari. Certo, dobbiamo far conoscere la bellezza o la bontà del Vangelo, ma in quanto liberazione da ogni forma di schiavitù. Mi vengono sempre in mente le parole durissime di Cristo: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo proselito e, quando lo è divenuto, lo rendete degno della Geenna due volte più di voi”.

Talora mi chiedo se sia più difficile andare in Africa o restare qui in Italia, e portare la buona notizia alle nostre comunità di lunghe tradizioni cattoliche. Chissà perché i missionari, quando vengono in Italia, si affrettano a ritornare nelle loro missioni? Certo, è più duro rimuovere le coscienze da abitudini secolari e da una religione che si è ormai creato un proprio dio anche di comodo. Qualcuno parla di ri-evangelizzazione, altri di nuova evangelizzazione. Io parlerei di “rivoluzione cristiana”, così come l’intendeva don Primo Mazzolari. Il nostro compito è quello di riscoprire il vero Cristo rivoluzionario, e non quello di potenziare la struttura di una Chiesa che lo ha in parte tradito.

 

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