
Il piccolo Liam arrestato dall’Ice in Minnesota
da la Repubblica
27 GENNAIO 2026
Se la destra usa la cattiveria
di Luigi Manconi
Qualche giorno fa, uno scombiccherato articolo su un giornale di destra tentava di dimostrare che la vicenda di Liam (il bambino di cinque anni deportato dagli uomini dell’Ice) fosse “tutta una bufala”. L’argomentazione puerile e la scrittura incerta finivano con il confermare, come ha evidenziato Marco Taradash su Radio Radicale, l’inconfutabile realtà dei fatti che si intendeva smentire. Ma perché questo goffo infortunio giornalistico? Molti i motivi. Il primo è quella forma di fanatismo politico per il quale, se si decide di stare “dalla parte di Trump”, si è portati a condividerne tutte le nequizie. Un secondo motivo consiste in quella tendenza, propria di una parte della destra, a volersi “controcorrente” e “antisistema”, “politicamente scorretta” e “fuori dal coro”, alimentando una sorta di retorica dell’anticonformismo.
Una retorica che si rivela, alla prima verifica, nient’altro che la più corriva sudditanza a tutti gli stereotipi e a tutti i luoghi comuni del fascio-chic modaiolo, con remigrazione e sneakers. E che si mostra come il più convenzionale e omologante ossequio al mainstream reazionario e bacchettone. Dunque, ciò che il linguaggio triviale della destra chiama buonismo e, con sprezzo, umanitarismo viene combattuto con dosi massicce di “cattivismo”. Pertanto se il bambino palestinese va colpito perché futuro miliziano di Hamas, il bambino di origine ecuadoriana va deportato in quanto potenziale terrorista interno. E tutto ciò va proclamato con soddisfatto compiacimento in nome della lotta all’ipocrisia.
Ma se togliamo a quel cattivismo le virgolette emerge un interrogativo inquietante: e se la destra fosse davvero cattiva? A scanso di equivoci dico immediatamente di ritenere assai probabile che anche la sinistra possa esserlo (e che io possa esserlo): e ci sarà occasione per parlarne. E aggiungo che, altrettanto ovviamente, il ragionamento che faccio non riguarda tutta la destra (mi è capitato di ascoltare Alessandro Sallusti definire “un assassinio” la morte di Alex Pretti). Ma è proprio una parte della destra che, ostentando la faccia feroce e manovrandola politicamente, sembra indicare come quella malvagità trovi radici profonde e fattori di agevolazione nella mentalità collettiva. Si badi bene: non è, la mia, una valutazione morale e, tantomeno, una considerazione di ordine biologico o antropologico e nemmeno l’affermazione di una presunta superiorità etica di una fazione politica su un’altra. Si tratta, piuttosto, di una riflessione sul carattere per come si forma e si sviluppa nell’ambiente sociale. Se nel conflitto tra bene e male — a esempio tra accettazione e rifiuto — che attraversa la coscienza individuale valorizziamo gli argomenti che privilegiano il secondo rispetto al primo, è facile che la cattiveria diventi un tratto del comportamento e un’espressione dell’agire privato e pubblico. Se il rifugiato non rappresenta una persona da accogliere, pur con tutte le contraddizioni faticose e fin dolorose che ciò comporta, ma un nemico da combattere — un invasore, un accoltellatore, uno stupratore — è inevitabile che nei suoi confronti si manifestino sentimenti ostili. E, appunto, cattivi.
Qui non si vuole psichiatrizzare alcuno e nemmeno proporre una eziologia dell’estremismo politico: al contrario, si suggerisce di porre particolare attenzione sulla materialità delle relazioni tra i pensieri che diventano senso comune e le azioni che ne derivano. Altro esempio: se dei rom e dei sinti non si dice che sono stati sterminati a centinaia di migliaia nei lager nazisti, ma solo ed esclusivamente che “rubano nelle metropolitane”, è assai difficile che verso di loro non si sviluppino cattivi pensieri e cattivi sentimenti.
Se questo è vero, è proprio qui che troviamo la radice politica — tutta e solo politica — della malvagità di una certa destra. Non un approccio filogenetico, quindi, ma un’analisi concreta dei fatti concreti. Un esempio mirabile è quello rappresentato dalle parole e dalle opere del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove. Ecco una sequenza di sue dichiarazioni.
Nel giugno del 2020 chiedeva al ministro della Giustizia di “conferire un encomio solenne” a quei poliziotti penitenziari “che in operazione di particolare rischio hanno dimostrato di possedere, complessivamente, spiccate qualità professionali e non comune determinazione operativa”. I poliziotti da encomiare erano quegli stessi tuttora sotto processo per reati di maltrattamenti, lesioni e torture commessi a danno dei detenuti all’interno del carcere di Santa Maria Capua Vetere nell’aprile di quell’anno.
Lo stesso sottosegretario, per motivare la mancata visita istituzionale ai detenuti di Brindisi e Taranto nell’estate del 2024, affermava: “Non mi inchino alla Mecca dei detenuti”. E nel novembre successivo dichiarava di provare “un’intima gioia all’idea di far sapere ai cittadini come non lasciamo respirare chi sta dietro quel vetro oscurato”: ovvero i reclusi sottoposti al regime di 41-bis.
Non è l’espressione patologica di un soggetto chiaramente problematico. È, come si diceva, un atteggiamento politico che fa della cattiveria esibita e rivendicata e dell’incattivirsi delle relazioni sociali una remunerativa risorsa per la raccolta del consenso e per la mobilitazione elettorale. Conviene tenerne conto.
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