L’EDITORIALE
di don Giorgio
La conversione ci impegna quotidianamente
a convertirci
In Quaresima si parla solitamente in modo generico di conversione, ma si parla poco di convertiti.
Ogni convertito al Cristianesimo ha una propria storia, ma identica è la passione o la radicalità con cui abbraccia la nuova fede. La lista sarebbe lunga, ed edificante.
Parlare di radicalità dei convertiti potrebbe anche suscitare qualche istintiva reazione, nel senso che non sempre si riesce ad accettare in loro un passaggio repentino che poi alla lunga potrebbe trasformarsi negli stessi difetti presenti in ogni religione.
Giovanni Papini rappresenta forse un caso tipico di chi è passato di colpo da Satana che aveva adorato al Cristo che aveva bestemmiato. E ciò non può non lasciarci perplessi, ma anche affascinati. Del resto, Paolo ha avuto una istantanea folgorante conversione.
Ora il mio intento non è tanto quello di parlare della storia di alcuni di questi radicali convertiti, ma del fatto che è comodo e di moda (o d’obbligo convenzionale: siamo in quaresima!) parlare di conversione in generale, ma poco del nostro dovere di metterci sempre in stato di conversione.
Possiamo anche parlare di conversione come di un ritorno a U, prendendo la strada che avevamo perso, quella che ci conduce alla meta. Ma perché ci siamo accorti di aver sbagliato strada? E la strada precedente era proprio quella più radicale? Non si tratta solo di aggiustare il tiro. “Mancanza” per gli ebrei richiamava l’espressione: sbagliare il bersaglio. Ma qual è il bersaglio a cui mirare?
Convertirci è sentirci sempre in una esigenza interiore di puntare in Alto (dialogo di Gesù con Nicodemo), o di scendere nel profondo del pozzo (dialogo di Gesù con la samaritana), verso l’Essenziale.
Ogni giorno, ogni istante siamo chiamati alla conversione: non si tratta dunque di tornare indietro per prendere la strada giusta, ma, pur essendo sul retto sentiero, puntare all’Essenzialità divina. Sempre in cammino verso il Meglio.
Qui il discorso si farebbe lungo e complesso. Ma già dire Essenzialità dovrebbe farci almeno intuire tante cose.
E una cosa che non sopporto è quel cercare rifugi, che possiamo chiamare anche tane, nei Movimenti ecclesiali, dove trovarsi al sicuro, e così sentirsi protetti, ma immobili, da ogni pericolo, dimenticando che essere in uno stato costante di conversione è sempre un rischio e una fatica, un impegno non da poco, affrontando anche persecuzioni di ogni tipo.
Sì, comodo, ma “puerilmente” comodo rifugiarci in qualcuno dei numerosi Movimenti ecclesiali, che, nelle loro migliori intenzioni, sono solo dei mezzi, diciamo stampelle che servono a fare i pr9mi passi, per poi far volare le anime o gli spiriti togliendo le stampelle.
Eterni bamboccioni questi adepti che restano attaccati per tutta la vita alle socche di santoni o sante visionarie che plagiano l’anima e il corpo. All’interno di questi Movimenti la conversione è solo in funzione di una rassegnazione a subire le subdole angherie dei gerarchi che si sostituiscono alla stessa Divinità.
È stato detto che natura non facit saltus («la natura non fa salti»), sentenza con la quale si intendeva affermare che ogni cosa in natura avviene secondo leggi fisse e per gradi; la formula, di origine scolastica, era già presente in G. W. Leibniz («tutto va per gradi nella natura, e niente con salto»).
Ma alla Grazia non si devono imporre delle leggi: fa quello che vuole, ed è per questo che bisogna stare svegli e attenti alla imprevedibilità delle occasioni presenti nello stesso Creato.
Certo, si cammina, anche nel campo della fede, senza correre, e senza neppure saltare ostacoli, ma la Grazia suggerisce opportunità provvidenziali.
Noi dobbiamo fare la nostra parte, e lasciamo alla Grazia di fare la sua, sempre nuova e creativa.
All’aria aperta, senza far parte di gruppi o associazioni o movimenti che blocchino la libertà interiore.
28 febbraio 2025
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