28 aprile 2013: Messa di Prima Comunione
28 aprile 2013: Messa di Prima Comunione
Stiamo celebrando la Messa di Prima Comunione di cinque nostri ragazzi. Ho detto giustamente Messa di Prima Comunione. La Comunione è parte integrante della Messa. Dovremmo sempre ricordarlo. Non ha senso parlare di Prima Comunione come se fosse una cerimonia a se stante, disgiunta dalla Messa. Che cos’è la Santa Messa?
Il primo brano, che appartiene al libro “Atti degli Apostoli”, è il secondo di tre sommari che l’autore, l’evangelista Luca, inserisce nella sua narrazione per fare il punto della situazione. Partiamo dal primo, che si trova al capitolo secondo, versetti dal 42 al 48. Si dice che i primi cristiani «erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere… Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore…».
Si parla, dunque, dell’insegnamento degli apostoli, ovvero della Parola di Dio (oggi diremmo: catechesi), si parla di comunione fraterna e si parla della “fractio panis” o dello spezzare il pane. Non dimentichiamo che, unitamente alla benedizione, lo spezzare il pane era il rito obbligato di tutti i pasti ebraici. In Palestina le focacce o fette di pane, fin dai tempi remoti, non venivano tagliate col coltello, ma rotte o strappate con le mani. Gesù aveva istituito l’Eucaristia nel contesto di un banchetto pasquale, dando ordine agli apostoli e ai successori di ripetere assiduamente quella straordinaria “frazione del pane”, associando ad essa gli stessi gesti e le stesse parole, fiduciosi di ottenere gli stessi effetti. Il mistero così celebrato è stato ben presto designato nel suo insieme dall’espressione “fractio panis”, che rimarrà, fino al secondo secolo, la definizione tecnica dell’Eucaristia. Il termine Eucaristia, che significa dire grazie, è venuto dopo, e molto più tardi si è usata la parola Messa, che presa a se stante non significa nulla, se la togliamo da un’espressione lunga in lingua latina che indicava lo scioglimento di un’assemblea.
Più che di Messa dovremmo parlare di Eucaristia, che significa, ripeto, ringraziamento. Tutta la nostra vita dovrebbe essere un dire grazie al Signore. Se fa parte della nostra precarietà umana chiedere aiuto al Signore, quando ci troviamo in situazioni difficili, è altrettanto doveroso ringraziarlo. Una volta i genitori abituavano i figli, già nella tenera età, a ringraziare il Signore all’inizio di una nuova giornata e al termine, e anche durante, in certi momenti particolari. Oggi noto invece quella brutta abitudine di pretendere le cose, magari superflue, senza mai ringraziare. Se tutto è dono, perché ridurre tutto a pretesa? Anche i diritti fanno parte del dono della vita. E a ogni diritto corrisponde il dovere di saperlo sfruttare bene.
Carissimi genitori, la vita è un dono, e come tale va vissuta. Anzitutto iniziamo a gustare la vita nella sua realtà, ovvero come vita. A me sembra che stiamo perdendo il senso della vita. Alcune domande. A questi ragazzi facciamo capire il valore della vita che hanno davanti? Ci rendiamo conto che cosa comporta avere oggi un figlio, ed educarlo alla vita, in una società dove tutto o quasi parla di violenza alla vita? Come cresciamo questi ragazzi? Come li educhiamo ad affrontare le difficoltà che ogni giorno essi incontrano, anche se sono piccoli di età, ed è proprio per questo che andrebbero protetti, guidati con fermezza ma anche con tanta saggezza?
Vorrei essere più concreto. Nel secondo sommario, che è il brano di oggi, si parla di comunione dei beni materiali, ma come conseguenza della comunione dei cuori e delle anime. La parola comunione, in greco koinonia, ricorre 20 volte negli scritti del Nuovo Testamento e significa: comunione, comunanza di beni, partecipazione, unione, fare del bene, comunicazione. In una parola, comunione sta per fratellanza: tutti uguali in dignità e nei diritti. Lo dice anche ogni Costituzione democratica.
I nostri ragazzi devono rendersi conto che questo nostro mondo non è così globale come si vorrebbe far loro credere: certo, è un mondo globale negli interessi economici, globale perché si parla di guerre che interessano più nazioni, globale perché le comunicazioni ormai aprono orizzonti universali. Oggi, almeno qui da noi, non si può più vivere isolati dal mondo. Ma – ecco il problema – la nostra mente è proprio globale, aperta al mondo e sul mondo? I nostri interessi vanno al di là del nostro piccolo cerchio, talora magico, entro cui abbiamo costruito la nostra piccola casa? I nostri ragazzi sanno di vivere in un mondo in cui le barriere culturali, razziali e religiose non hanno più senso, se veramente siamo tutti fratelli? È vero che i ragazzi certi problemi non se li pongono, e se a scuola, vicino di banco, siede un extracomunitario, fanno subito amicizia. Ma il vero problema è quando crescono. Crescendo, sembra quasi che l’istinto di fratellanza si spenga, per lasciare il posto ad una rivendicazione egoistica di diritti da rasentare forme di razzismo. Non dimenticate, cari genitori, che i bambini crescono. Ecco il problema: la società distruggerà ben presto in loro la spontaneità, la bontà, la generosità, lo spirito di fratellanza.
Carlo Maria Martini ha chiarito che non si trattava tanto di un obbligo a vendere tutti i propri beni e che perciò fosse proibita la proprietà privata, ma si trattava della disponibilità dei primi cristiani a vendere anche ciò che avevano per venire incontro alle necessità urgenti dei bisognosi. La costrizione non è mai una virtù, e alla fine è controproducente. La disponibilità anche concreta di aiutare gli altri è una virtù da insegnare. Non si tratta solo di emergenze nazionali o planetarie: càpita un terremoto o un’alluvione o una pestilenza, e allora si dà qualcosa, anche perché si è quasi spinti o condizionati.
Capite, carissimi genitori, che cosa significa “disponibilità? È una disposizione interiore al mondo in cui viviamo, al nostro prossimo, già nei piccoli gesti quotidiani. Educare questi ragazzi a questa predisposizione è il primo passo, un passo indispensabile per la loro apertura ai bisogni degli altri. Tutti nasciamo egoisti, e non è vero che i ragazzi nascono del tutto buoni e che vengono poi rovinati da una società malvagia. La prima parola che dicono è: Questa cosa è mia! L’egoismo è innato nell’essere umano. Non si tratta, dunque, di difendere i ragazzi dal mondo egoista, ma di educarli, cioè aiutarli a crescere in una tale disponibilità interiore di apertura agli altri che, quando cresceranno, saranno poi in grado di affrontare una società egoista.
E notate una cosa: non basta fare una piccola raccolta di soldi con i propri risparmi, ci vuole qualcosa di più. Il nostro impegno educativo sta nel dare a questi ragazzi una maggiore possibilità di aprirsi ai problemi del mondo. Certo, i ragazzi avrebbero bisogno di esempi, avrebbero bisogno di comunità aperte, di una società civile più umana. Ma non limitiamoci ai soliti discorsi disfattisti o catastrofisti.
C’è un detto che mi piace, e vorrei proporvelo: Posso, se voglio. Il bene è possibile, se lo voglio. Dovremmo, noi educatori, voi genitori, trasmettere già ai più piccoli questo detto: Posso, se voglio, prospettando loro la bellezza della vita. Sento spesso dire da voi: I nostri figli che male fanno? La domanda è un’altra: Che bene fanno? Il non fare il bene è già un male: si cresce solo sviluppando le proprie capacità. Al meglio. Senza sconti, o al ribasso. Noi non ci rendiamo conto delle infinità possibilità di bene che abbiamo. Immaginate il futuro che ha davanti un ragazzo e le sue possibilità di bene! Già questo dovrebbe mettere in crisi qualsiasi genitore e qualsiasi educatore.
Penso che sia questo che ci chiedono anche questi nostri ragazzi, nel giorno della loro Prima Comunione: che insegniamo loro che il bene è possibile, e lo dimostriamo non tanto con le parole, quanto con la nostra testimonianza di vita quotidiana.

Questo è il don Giorgio che mi piace…fosse sempre così…..