Omelie 2012 di don Giorgio: Quinta domenica dopo il Martirio di San Giovanni Battista

30 settembre 2012: Quinta dopo il Martirio di san Giovanni

Dt 6,1-9; Rm 13,8-14a; Lc 10,25-34

Il Vangelo di questa domenica ci offre una tra le parabole più conosciute. Tra le più sconvolgenti. Tra le più rivoluzionarie. Un viandante sta percorrendo la strada che scende da Gerusalemme a Gerico. All’improvviso è assalito da una banda di briganti. Davanti a quel disgraziato “spogliato, percosso e mezzo morto”, il sacerdote e il levita vedono e passano oltre: notate quel “vedono”, perciò sono coscienti di quello che fanno, agiscono a ragion veduta: hanno regole ben precise da rispettare, secondo il loro culto. Il sangue e la morte rendevano impuri chi vi entrasse in contatto, e questo era rilevante per un sacerdote o levita, che prestavano servizio al tempio.
Passa anche un samaritano che invece, appena “vede” il malcapitato, si ferma e lo soccorre. Per gli ebrei i samaritani erano eretici, perché appartenevano allo «stupido popolo che abita in Sichem e che non è neppure popolo», come si legge nell’Antico Testamento, nel libro del Siracide (50,25-26). È anche curioso notare che nel Talmud, il testo che raccoglie le antiche tradizioni giudaiche, si affronta il caso inverso di un ebreo che trova per strada un samaritano ferito: naturalmente non è tenuto a prestare soccorso!
Il samaritano della parabola agisce in base a ciò che la situazione richiede, e non secondo leggi e norme umane. Preso da compassione, egli lava le ferite dell’uomo assalito dai briganti, interrompe il suo viaggio, rimanda i suoi orari e i suoi affari, e spende il suo denaro per soccorrerlo.
Ma perché Gesù sceglie, quali figure negative, proprio un sacerdote e un levita? Impossibile non ravvisare in questa scelta un’intenzione polemica: l’osservanza cultuale non deve distrarre dall’essenziale, cioè dall’amore per il prossimo, e la purezza che Dio vuole è la purezza dal peccato, dall’ingiustizia, non dal sangue di un ferito. Il dottore della legge, che stava ad ascoltare la narrazione, ha probabilmente pensato: i due hanno fatto quanto dovevano fare, è giusto anche se doloroso! Giusto, secondo la legge! Gesù, invece, è di parere opposto, e questo mostra che la sua polemica non è indirizzata contro una classe religiosa, ma contro una prospettiva religiosa universalmente condivisa.
Perché Gesù sceglie proprio un samaritano come personaggio-modello della parabola? Si tratta di una seconda intenzione polemica: la misericordia non ha confini, afferma Gesù, e gli esempi da imitare si trovano ovunque, perché Gesù è libero da ogni pregiudizio. Il bene non è tutto da una parte e il male dall’altra.
La parabola lascia intendere che il prossimo da aiutare è qualsiasi bisognoso che si incontri. E non importano le motivazioni religiose: anche un non credente può fare del bene al prossimo. Non è necessario dire: Io lo faccio per amore di Dio! Anzi, dovrei dire: Io lo faccio per amore del prossimo, indipendentemente dalla mia fede in Dio!
Quasi trent’anni fa, Carlo Maria Martini, allora vescovo di Milano, ha scritto una Lettera Pastorale, dal titolo: “Farsi prossimo”. A un certo punto fa una osservazione davvero interessante. La domanda che il dottore della Legge ha rivolto a Gesù era: “Chi è il mio prossimo?”. Gesù racconta la parabola, e alla fine chiede a sua volta a quel sapientone: “Chi di questi tre (sacerdote, levita, samaritano) ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?”. Gesù dunque non risponde alla domanda: Chi è il mio prossimo?. Scrive Martini: “Il prossimo non esiste già. Prossimo si diventa. Prossimo non è colui che ha già con me dei rapporti di sangue, di razza, di affari, di affinità psicologica. Prossimo divento io stesso nell'atto in cui, davanti a un uomo, anche davanti al forestiero e al nemico, decido di fare un passo che mi avvicina, mi approssima”.
La Lettera pastorale è lunga e dettagliata, interessantissima da leggere ancora oggi. Martini si sofferma anche a considerare tre aspetti che egli scorge nell’atteggiamento del sacerdote e del levita, tre aspetti che “rivivono nelle difficoltà che oggi incontriamo nell'esercizio della carità: la fretta, la paura, la ricerca di un alibi”. Anzitutto, la fretta. È il primo ostacolo che frena la nostra capacità di fermarci, di aprirci all’altro. Quanta fretta nelle nostre relazioni quotidiane! Due parole e qualche gesto di cortesia, e via per la nostra strada. E anche se prestiamo qualche aiuto, la fretta ci fa perdere la capacità di ascolto. E così il nostro aiuto diventa anche controproducente. La fretta genera risposte superficiali o stereotipate, che spesso nascondono la presunzione del “sapere già”. C’è un secondo rischio connesso alla fretta, il rischio del sentimentalismo e del personalismo: faccio ciò che mi sento, che mi sembra giusto, che so fare, che posso fare. E c’è anche il rischio di accontentarsi di mettere qualche cerotto senza interrogarsi sulle cause e i meccanismi che generano povertà, rinunciando a suscitare attenzione, senso di responsabilità, condivisione. Il secondo ostacolo è la paura: la paura di mettersi in gioco, come ha fatto il samaritano, la paura di prendersi delle responsabilità. È la paura dell’altro, dello sconosciuto, del diverso. In fondo ognuno è un diverso: diverso da me. Il terzo ostacolo è l’alibi. Scrive Martini nella sua Lettera pastorale: “È frequente nelle nostre comunità l’atteggiamento della delega”. Abbiamo incaricato delle persone per impegnarsi in certe cose: e adesso tocca a loro! Ecco la delega. In fondo, troviamo sempre delle scappatoie o degli alibi per non impegnarci. Noi abbiamo da fare, abbiamo i nostri doveri professionali o casalinghi, e così la comunità delega agli addetti ai lavori, magari a chi non ha nulla da fare.
Prendo l’occasione della festa dell’oratorio per dire che educare al servizio del prossimo dovrebbe partire dai più piccoli. Chi sono questi nostri ragazzi del duemila?
C’è una fascia generazionale, che si sta paurosamente abbassando per età, che ha perso il senso sociale e civile del contesto in cui vive, e di conseguenza il dovere di servire chi e che cosa la circonda.
Un tempo si insisteva sui doveri, individuali e sociali, e ce li inculcavano quasi in modo ossessivo. Venir meno al proprio dovere, oltre che un peccato, era sentito come un venir meno al proprio essere umano e cristiano. Poi si è passati alla lotta per la conquista dei diritti, perdendo man mano di vista i doveri. E così i diritti sono diventati talora la copertura dei propri capricci, dei propri alibi, dei propri egoismi.
I ragazzi di oggi crescono tra doveri perduti e diritti pretesi. Sembra che ciascuno viva il suo mondo individuale, che noi adulti continuiamo a dipingere, anche poeticamente, per farlo credere come fantastico, come creativo, come mitico. In realtà, che mondo è quello dei ragazzi di oggi?
Noi adulti non facciamo che offrire loro un modello di società ormai in caduta libera, senza più riferimenti o punti di appoggio: una società liquida, secondo l’espressione ormai famosa del sociologo Bauman. Che significa liquida? È una società molto fragile: non ci sono più regole forti, si sono indebolite le chiese, i partiti, le istituzioni, tutti i rapporti, e non solo quelli di lavoro, sono diventati precari, anche nella famiglia, anche nella coppia, mentre l'educazione svanisce e prevale l'impulso immediato.
Oggi tutto corre veloce ad una velocità sempre più impazzita, incontrollata, incontrollabile: non abbiamo nemmeno il tempo per fermarci un attimo, onde ricaricarci interiormente, nell’essere. Abbiamo perso perfino i luoghi di ritrovo per respirare profondo. Siamo sommersi da una tale tempestività degli eventi da restare come tramortiti. Una notizia copre l’altra, senza darci il tempo di riflettere. Tra un gossip e una tragedia. L’audience ne ha bisogno. L’indice di gradimento della gente non sopporta di pensare oltre un certo limite.
E i ragazzi come reagiscono? Non reagiscono, anch’essi si lasciano travolgere dal ritmo frenetico di una società liquida. Sono come sospesi nel vuoto. Non si permette loro di gustare i ritmi naturali della crescita. Le stagioni della vita stanno scomparendo. C’è una tale accelerazione da far sentire anche i più giovani già vecchi prima del tempo. La stanchezza e la noia li assalgono, facendo perdere loro  il desiderio di pregustare la vita che sboccia. E come può sbocciare?
Bisogna assolutamente agganciare i ragazzi alla realtà. È il compito primario di noi educatori: genitori, insegnanti, catechisti, preti e suore, senza mettere per ultimo l’impegno della comunità cristiana, anche se è ormai ridotta a vivere qualche rito, alternando festività religiose a giornate festaiole. Svegliamoci, altrimenti li perderemo per sempre!
Agganciare i ragazzi alla realtà significa aprire loro gli occhi sul mondo in cui vivono, far loro “vedere” questo nostro mondo esistenziale. “Vedere” è un verbo caratteristico dei Vangeli. La cecità farisaica è il peccato che Cristo ha bollato con maggior determinazione.
Al mondo fa comodo che i ragazzi rimangano imbambolati, non vedano la realtà. In tal modo cresceranno senza rendersi conto dei valori che hanno dentro, quei valori che, se espressi in tutta la loro carica umana, potranno dare al loro futuro un volto diverso.
I valori non possono spegnersi del tutto. Fanno parte del nostro essere. Bisogna allora riattivarli. Con coraggio. Con pazienza. Con entusiasmo.
Quanto noi adulti ci crediamo? Per quanto continueremo a trattare i ragazzi viziandoli fino all’inverosimile? Quando capiremo che farli vivere è dare loro spazi di crescita umana? Senza costringerli, ma neppure lasciandoli in balìa di se stessi.
Il vero problema non è solo quello di tenerli lontano dai pericoli, o da sbandamenti pericolosi: il problema è toglierli dal torpore, che talora noi adulti confondiamo con una mancanza di male, ma che paralizza la possibilità di puntare al meglio di se stessi.
Questi nostri “bravi” ragazzi mi sembrano bloccati da una malavoglia paurosa, e per malavoglia intendo svogliatezza, mancanza di interessi, agire malvolentieri. Ciò fa paura.
Perché non chiederci quali sono gli unici o quasi interessi dei ragazzi di oggi? Forse abbiamo paura solo porci la domanda. D’altronde, non siamo ciechi. Chi ha poi dei figli sa come vivono. 
Dalla paura al coraggio: rimbocchiamoci le maniche, ritentiamo di riequilibrare diritti e doveri, e iniziamo a puntare finalmente in alto. Chi scommette poco, otterrà come al solito poco.

1 Commento

  1. Luciano ha detto:

    Grazie don Giorgio. Questo brano evangelico mi coinvolge particolarmente, a causa di un’esperienza che ho subito. Anch’io leggendo, ho notato che nel brano è stato usato il verbo “vedere” sia per il sacerdote e il levita che per il samaritano. Quindi la colpevolezza dei primi 2 è evidente, hanno preferito seguire la legge invece di farsi prosssimo di quello sventurato fratello. Inoltre, ho scoperto che la parola samaritano, è scritta sempre con l’iniziale maiuscola, inoltre, cita il Vangelo, il Samaritano ebbe compassione. Questo sentimento è prerogativa di Dio e il Samaritano è Gesù, perchè anche lui è stato considerato come un samaritano, ovvero un appartenente ad un gruppo di miscredenti che non venivano neppure considerati popolo. E’ vero, la società di oggi, non ti da il tempo di fermarti, di vedere e di agire con sentimenti di condivisione. Si guarda e si subisce senza accorgersi che i Valori, sono sostituiti da apparenze esteriori e non da ciò che effettivamente merita di esssere Vissuto e Condivisso. Il farsi prosssimo, pare incomprensibile ai giorni nostri. Il cercare di trasmettere dei Valori ai figli sembra esssere controproducente, soprattutto per loro. Questa disumana società, costruita da noi tutti, sermbra fatta su misura per i furbi e gli opportunisti. Chi rema controcorrente, è molto in difficoltà ed è spessso incompreso. Caro don Giorgio, come ben sa, putroppo, molti uomini di Chiesa (preti, suore e bravi laici impegnati nelle parroccchie), non riescono a trasmettere quessti Valori del farsi prossimo. Si creano invece delle protezioni, alzando alti muri, dove chi entraa deve fare quello che il prete di turno deicdee, in asssoluta obbedienza. Difatti, quessti aambienti, così dettti “educativi”, sono in crisi e sempre più vuoti, anche se hanno spessso delle strutture in muratura faraoniche ma non hanno la capacità di accoglieree l’umanità delle taante, troppe persone che vivono il loro quotidiano, ignorate da tutti quelli impegnati nelle parroccchie. Queste moltitudini di pecorelle, diciamo smarrite, non si pongono alcun problemaa di fede, anzi, vedono queste brave persone della parrocchia come persone da evitare perchè maligne. Come non dare ragione di ciò? Io stesso ho provato e provo tuttora, quanta cattiveria, indifferenza e ostilità c’è nella comunità parrocchiale, in primis il prete che forse dovrebbe essere più sapientee di cuore. Però non tutti sono così. Lei è un esempio che da speranza a chi, come me si sente in graande disagio. Grazie ancoraa don Giorgio e Buona Domenica.