Il Presidente Mattarella ha ricevuto l’Associazione Stampa Parlamentare per la consegna del “Ventaglio”
dal sito https://www.quirinale.it/
Il Presidente Mattarella ha ricevuto
l’Associazione Stampa Parlamentare
per la consegna del “Ventaglio”
Si è svolta al Palazzo del Quirinale la tradizionale cerimonia di consegna del “Ventaglio” al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, da parte del Presidente dell’Associazione Stampa Parlamentare, Alfonso Raimo, alla presenza dei componenti del Consiglio direttivo, degli aderenti all’Associazione, dei direttori di quotidiani e di agenzie di stampa, dei giornalisti accreditati al Quirinale e dei responsabili della Federazione Nazionale della Stampa e dell’Ordine dei Giornalisti.
Dopo l’intervento di Alfonso Raimo, il Presidente Mattarella ha pronunciato un discorso.
Successivamente è stato consegnato il Ventaglio realizzato da Piero Malatesta Piano, allievo dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, vincitore del concorso indetto dall’Associazione Stampa Parlamentare, di concerto con l’Accademia di Belle Arti di Roma.
Palazzo del Quirinale, 30/07/2026 (II mandato)
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Intervento del Presidente della Repubblica
Sergio Mattarella
in occasione dell’incontro con i componenti
dell’Associazione Stampa Parlamentare,
i Direttori dei quotidiani e delle agenzie giornalistiche
e i giornalisti accreditati presso il Quirinale
per la consegna del Ventaglio
da parte dell’Associazione Stampa Parlamentare
Benvenute e benvenuti. La ringrazio, Presidente.
È un vero piacere accogliervi al Quirinale per questo appuntamento annuale, nato – come tutti ben sappiamo – alla Camera dei deputati ed esteso, con la Repubblica, al Senato.
Nelle Camere i rispettivi Presidenti sono organi di garanzia, ricoperti comunque da esponenti politici. Diversa è la posizione del Presidente della Repubblica, estraneo alla dialettica tra le forze politiche: diverso è quindi il carattere di questo incontro, nato, a suo tempo, con i cosiddetti quirinalisti come occasione di scambio di auguri per la pausa estiva e sostituito, ventiquattro anni fa, dalla cortese consegna del Ventaglio.
Lei, Presidente, ha parlato della complessa situazione che si registra nella vita della comunità internazionale, attraversata da incertezze imprevedibili fino a pochi anni addietro. Incertezze che provocano disorientamento quanto alle prospettive e inducono a interrogativi sull’affidabilità di punti di riferimento fino a poco tempo addietro avvertiti come dotati di chiarezza e di stabilità.
Da parte di chi nutre senso di responsabilità, si avverte l’esigenza di salvaguardare il sistema multilaterale e, al fine di restituirgli solidità, di procedere a una sua riforma, che, ispirandosi alla realtà, lo doti di forme e di strumenti adeguati al mondo così com’è oggi e non com’era tra la fine degli anni quaranta e gli anni cinquanta del secolo scorso.
Come lei ha detto, da diverse parti ci si attende che a questo fine una spinta protagonista provenga dall’Europa: lo ha auspicato chiaramente il Primo Ministro del Canada, Carney.
Non è un caso che sussista quest’attesa perché l’Europa, in pochi anni, ponendo in comune impegni del presente e prospettive del futuro, è riuscita a trasformarsi, da continente lacerato per secoli da contrasti e guerre sanguinose, nella più vasta area di pace e di sviluppo comune. Area che non sorprende che susciti attrazione per persone da ogni parte del mondo.
L’Unione Europea non è inerte né silenziosa di fronte a quella invocazione di responsabilità, pur tra difficoltà di ogni genere, interne e, soprattutto, di origine esterna.
Vorrei sottolineare come prosegua lo sviluppo di sempre più numerosi accordi di libero scambio, conclusi o in corso di negoziato, con aree vaste di diversi continenti – dal Canada al Giappone, dall’America meridionale all’India, di intese con altri Paesi o Aree che li raccolgono. Accordi e intese che inducono a collaborare e a impegnarsi in comune nella reciproca convenienza.
Viene in tal modo presentato alla comunità globale un messaggio, un modello di relazioni internazionali alternativo alla pratica degli scontri commerciali o purtroppo militari, talvolta di guerra.
Dall’Europa viene presentata una strada per la pace, contrapposta al tentativo di ritornare alla barbarie nella vita internazionale ripristinando la legge del più forte, peraltro, come si vede in questo periodo, di dubbia efficacia.
Conosco bene l’esercizio di critiche rivolte all’Unione per insufficiente incisività dalla sua azione, critiche avanzate con accanimento soprattutto da chi ne ostacola, in ogni modo e circostanza, la possibilità di strumenti decisionali e operativi più efficaci.
So bene, naturalmente, e ho ben presente, che in diversi campi l’Unione deve assumere ben maggiore dinamismo. Anche per questo non è stato saggio lasciar cadere, nel 2022, il poderoso sforzo promosso dal Parlamento Europeo, sotto la presidenza di David Sassoli, con la Conferenza sul futuro dell’Europa; esercizio che aveva coinvolto milioni di cittadini europei.
L’abbandono dell’ipotesi di una nuova Convenzione Europea per porre mano alla riforma dei Trattati è stato un grave errore.
Va ripresa una seria e coraggiosa riflessione
Nel frattempo non si tratta di stare con le mani in mano in attesa del domani.
È utile ricordare che, com’è noto, due esperienze di grande rilievo come l’Euro e Schengen – sottolineo: la moneta comune e la libera circolazione nella gran parte dei Paesi dell’Unione – sono nate nell’ambito del quadro giuridico attuale, come cooperazioni rafforzate; che si sono sempre più ampliate come partecipazione.
Lei ha fatto cenno anche all’esigenza di un’efficace difesa comune europea.
L’attitudine e la strategia che ho appena ricordato rende evidente che la sua realizzazione non rappresenta una minaccia per nessuno, non mira alla guerra: al contrario è strumento per garantire la pace.
Siamo di fronte a uno scenario crescente di conflitti che infiamma un arco di crisi che dal Mediterraneo coinvolge il Golfo, si affaccia sull’Oceano Indiano, vede la guerra nel cuore d’Europa: per numero di Paesi coinvolti, di popoli sofferenti, difficile non coglierne la dimensione globale e le responsabilità che ne derivano.
Per quanto riguarda la vita politica interna del nostro Paese, voi tutti conoscete i limiti doverosi delle mie considerazioni.
Questi limiti non rappresentano una costrizione: al contrario raffigurano una delle modalità del dovere di assicurare al Quirinale imparzialità ed estraneità alla dialettica, alla legittima dialettica, tra le parti politiche.
Naturalmente mi auguro costantemente che questa si svolga nel reciproco rispetto; senza inopportuna aggressività verbale, spesso immotivata, e, a mio avviso, anche controproducente.
Mi auguro che le tensioni elettorali – ancora, per la verità, piuttosto intempestive – non sottraggano attenzione ai problemi che riguardano la vita quotidiana dei nostri concittadini e non inducano ad alterare la realtà delle questioni.
Non mi compete intervenire nelle dinamiche parlamentari e non intendo – com’è comprensibile – parlare di progetti legislativi che si trovano all’esame del Parlamento e che sarò chiamato a esaminare laddove mi pervengano.
Non nascondo, doverosamente, la preoccupazione – tante volte manifestata – per il crescente fenomeno della mancata partecipazione al voto. Fenomeno che, affrontando il tema elettorale, dovrebbe essere il punto di attenzione principale per tutte le parti politiche, al di sopra di qualsiasi altro aspetto.
Per il resto, non è mio compito progettare né esprimere giudizi o valutazioni su temi politici.
Tra i miei compiti rientra, piuttosto, quello di indicare esigenze e di esortare alla riflessione, una riflessione che vada anche al di là del momento contingente.
Lei poc’anzi ha ricordato le parole con cui, riguardo all’epocale e globale fenomeno delle migrazioni, Leone XIV ha richiamato le coscienze di chi, nel mondo, riveste responsabilità istituzionali.
Personalmente ritengo indiscutibile – e condivido appieno – la considerazione del Pontefice della insuperabile necessità di accantonare la logica dell’emergenza – del tutto improduttiva, come risulta ormai senza ombra di dubbio – e di impegnarsi in interventi di strategia di governo del fenomeno. Strategia possibile e sostenibile. L’unica in grado di evitare l’altrimenti inevitabile destino alternativo: quello di subirne conseguenze disordinate e di cercare – vanamente – di tacitare le coscienze di fronte a quanto avviene.
È comprensibile e opportuno dedicare attenzione alle modalità e ai problemi connessi a chi arriva nel nostro Paese. Mi auguro che almeno una parte di questa attenzione sia riversata anche a chi parte: ai numerosi nostri giovani che si trasferiscono all’estero non per scelta ma per necessità.
Lei ha menzionato alcuni argomenti del dibattito che si è sviluppato in questi giorni su temi politici, o piuttosto, per meglio dire, tra forze politiche.
Io, ovviamente non vi entro: non ne sono e non intendo esserne parte.
Mi limito a una considerazione che mi auguro possa contribuire a far riflettere.
In una società civilmente ordinata, rassicurante per i cittadini, i comportamenti individuali devono rispettare le regole comuni, quelle della legge. Se invece si capovolgesse questo principio e si pensasse che le regole della legge debbano adattarsi ai comportamenti individuali, occasionali, cambiando il proprio contenuto di volta in volta, di caso in caso, non si rafforza la sicurezza ma si decide l’abdicazione dello Stato.
Vi sono altri aspetti nella vita dell’Italia che richiedono particolare attenzione: tra questi oggi intendo richiamare il doveroso, indispensabile contrasto alla violenza.
Non è accettabile che si faccia strada la convinzione che, se le proprie posizioni risultano minoritarie all’interno della società, sia giustificabile il ricorso a forme di violenza, che aggrediscono le libere volontà democratiche del popolo italiano espresse attraverso le istituzioni previste dalla Costituzione. Una sorta di fai da te, di liberi tutti rispetto all’azione dei poteri pubblici, cioè comuni.
Quanto avvenuto – da ultimo – sabato in Val di Susa è inammissibile: sono chiamate in causa le basi stesse della convivenza democratica e non è accettabile alcuna esitazione né circospezione nel condannare e contrastare simili comportamenti aggressivi.
La violenza è un virus letale per la democrazia e per la vita sociale.
Aggredisce la Costituzione chi la pratica, chi la predica, chi la giustifica.
Vi si affianca un fenomeno più volte denunziato sulle pagine di diversi giornali e che richiede maggiore responsabile attenzione da parte di tutti, nella società e nella vita politica. Il fenomeno di una sorta di rifiuto sdegnato non di condividere ma di ascoltare le opinioni altrui: non ci si può sorprendere che ne derivi un clima di reciproca intolleranza, di avversione fanatica che contribuisce a seminare germi di violenza.
Riscontro, Presidente, non per cortesia di interlocuzione ma per radicata convinzione le sue riflessioni sulla professione giornalistica.
Il Regolamento europeo sulla libertà dei media è entrato in vigore l’8 agosto del 2025 – un anno addietro – dettando regole, immediatamente applicabili, che riguardano – tra l’altro – le questioni della indipendenza editoriale, i contenuti delle grandi piattaforme digitali, il funzionamento indipendente dei media del servizio pubblico.
l ritardo, anche in Italia, del pieno recepimento di indicazioni cui hanno contribuito gli stessi governi dell’Unione e i deputati al Parlamento Europeo, espressi dai diversi Paesi membri, appare difficilmente comprensibile.
Il ruolo essenziale dell’informazione nei sistemi democratici, in particolare dei servizi pubblici, non può incontrare ambiguità.
È auspicabile che, nell’attesa, si ponga finalmente riparo alla paralisi del sistema radio tv pubblico determinato dal blocco nel funzionamento della Commissione parlamentare, la cui denominazione ne esprime l’importanza per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi.
Ho più volte segnalato come libertà, informazione, democrazia, siano co-essenziali.
I giornalisti sono testimoni dei fatti. Quando questo compito viene impedito od ostacolato, non si tratta di aggressioni a singoli professionisti bensì di un vulnus recato a tutti noi perché la libertà è un bene indivisibile.
Come osserva il Rapporto della Commissione Europea sullo Stato di diritto, rivolgendosi a numerosi Paesi membri, tra cui l’Italia, va garantita “la libertà di stampa, tenendo conto delle norme europee sulla protezione dei giornalisti”.
Come lei ha ricordato, si è, nel frattempo, presentata una questione più generale: quella che riguarda l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale nella generazione delle notizie.
È un tema che avete segnalato anche recentemente.
Cloni di notizie, prodotti artificialmente da macchine. Destinati a riprodursi all’infinito sul web, senza alcuna verifica, ancor più moltiplicati dagli strumenti di traduzione automatica dei testi: si può pensare che arricchiscano il panorama culturale e informativo?
Di quali fatti sono testimonianza?
Esiste forse informazione senza i giornalisti?
L’informazione non è clone di sé stessa.
Non è la caricatura della pecora Dolly.
Nell’esperienza quotidiana, inoltre, iniziano ad accumularsi gli errori di risposte e di analisi fornite dagli strumenti di intelligenza artificiale.
Anche da una informazione libera, indipendente, approfondita dipendono convinzioni e valori delle persone, l’esplicarsi della vita quotidiana.
Ne dipende un valore prezioso che si chiama libertà.
È un compito e una responsabilità per gli operatori dell’informazione.
Ringrazio molto per il dono di questo bel Ventaglio – Speranza – e desidero rivolgere i complimenti al suo autore, Piero Malatesta Piano, con gli auguri più grandi per il suo futuro d’artista.
E – a proposito di auguri – buona pausa estiva a tutti voi.
Palazzo del Quirinale, 30/07/2026 (II mandato)


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