FRODI E FURBATE, I PERCHE’ DELLA CONDANNA A IRENE PIVETTI

Irene Pivetti, 62 anni, ex presidente della Camera

FRODI E FURBATE,

I PERCHE’ DELLA CONDANNA

A IRENE PIVETTI

di Daniele Martinelli
29 agosto 2025
Visto che Irene Pivetti si lagna sui giornali che deve andare in carcere dopo quasi un anno dalla sentenza perché fare l’imprenditore in Italia vuol dire essere già condannati dal sistema – parole sue – vediamo di spiegare cosa ha combinato e perché l’ex presidente della camera Irene Pivetti, ex leghista, è stata condannata in primo grado: intanto ha preso 4 anni di reclusione e le hanno confiscato 3,4 milioni di euro per frode al fisco e auto riciclaggio. Pensate che i giudici CATTIVI le hanno concesso lo sconto di un terzo della pena, oltre alle attenuanti generiche benché l’accusa chiedesse una pena più alta, perché Pivetti è già beneficiaria di un buon vitalizio, avrebbe dovuto dimostrare più sensibilità rispetto a un normale cittadino essendo stata terza carica dello Stato.
E invece – come detto – è stata in parte graziata. E allora come mai? Cosa ha combinato Irene Pivetti? Dunque, intanto di tasse come ha sempre detto di averne pagate, al processo non ne sono state dimostrate. Neanche una. Anzi, le rogatorie in mezzo mondo hanno dimostrato che Pivetti ha fatto operazioni simulate nel 2016 acquistando dapprima per 1,2 milioni una scuderia di auto da corsa (3 fuoriserie, un autotreno, il sito Internet, il logo col cavallino della Ferrari e pezzi di ricambio storici) appartenente a 2 società dell’ex pilota di rally Leonardo Isolani e della moglie Manuela Mascoli, a loro volta condannati per questo papocchio a 2 anni con pena sospesa.
Dopodiché Pivetti, da 1,2 milioni ha rivenduto il tutto per 10 milioni di euro alla società cinese More & More Investment del gruppo Dahoe.
Il problema è che intanto di questi 9 milioni di guadagni Pivetti non ha versato neanche un euro al fisco. Inoltre il sito internet non esisteva, le auto sono rimaste in Spagna dal vecchio proprietario mentre l’autotreno era pignorato.
L’accusa ha dimostrato che i coniugi venditori, debitori di 3 milioni col fisco, hanno tentato di dissimulare la proprietà dei loro beni servendosi della Pivetti, che si è prestata al gioco servendosi di una società con sede a Hong Kong del valore di 10 centesimi di capitale, senza sede legale, senza dipendenti, e senza conti correnti, con cui ha tentato il colpaccio della vendita 10 milioni senza comparire col suo nome.
Per ora le prove dicono che la Pivetti ha cercato il colpo milionario della vita, senza versare tasse, rivendendo a 10 volte tanto un pacchetto di auto e loghi non disponibili e quindi se ci fosse riuscita avrebbe pure fregato l’acquirente di Hong Kong.
Menomale che i magistrati hanno fermato tutto, l’hanno sgamata e processata.
Quindi non c’entrano niente la persecuzione e l’accanimento.
Lei può mettersi nelle mani del Signore, come dice, ma c’è poco da fare la vittima. Capite perché anche Crozza nell’imitazione della Pivetti diceva “ho la faccia come il di dietro”…
Per questo motivo. Adesso per la Pivetti c’è un altro processo in corso a Busto Arsizio di frode in forniture pubbliche su 35 milioni di euro di mascherine comprate in Cina.
Lei dice “mi metto nelle mani del signore”. Fossimo in lei ci metteremmo nelle mani di buoni avvocati nella speranza che almeno qui le vada un po’ meglio…

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da Il Corriere della Sera

Irene Pivetti: «Mi preparo al carcere

e mi affido a Dio. Per mangiare ho preso

i pacchi dalla San Vincenzo,

dopo la condanna ho perso tutto»

di Rosella Redaelli
L’ex presidente della Camera, condannata in primo grado a 4 anni di carcere per evasione fiscale e autoriciclaggio, è a processo anche per la compravendita di mascherine dalla Cina durante il Covid: «La mia colpa è aver fatto l’imprenditrice»
Nel 2024 è stata condannata in primo grado a quattro anni di carcere per evasione fiscale e autoriciclaggio e dovrà rispondere in un nuovo processo anche sulla compravendita di mascherine dalla Cina in epoca Covid.
Irene Pivetti, la più giovane presidente della Camera tra il 1994 e il 1996, deputata della Lega per tre legislature, conduttrice televisiva e imprenditrice, dopo l’intervista al Giornale di oggi, risponde al telefono al termine di una riunione di lavoro.
Pensa mai alla possibilità di finire in carcere?
«A domanda precisa rispondo di sì, scusi, ma mi accendo una sigaretta. Ci penso, mi preparo anche a questa eventualità. Ho le mie tristezze di mamma e ora anche nonna, ma non lascio che questo pensiero prenda il sopravento sulla mia vita. Cerco di vivere anche questo con equilibrio. Non voglio che la condanna pesi come una spada di Damocle sulla mia vita. Grazie a Dio, e non è una frase fatta, sono riuscita a riprendere la mia vita».
La fede la aiuta?
«Il Signore sa quello che fa e mi affido a lui».
Il momento più difficile?
«Il periodo dell’inchiesta, il processo. Quando la guardia di Finanza si è presentata con un avviso di garanzia ho pensato subito ad un errore, proprio perché sono un personaggio pubblico sono sempre stata attenta e scrupolosa. Invece sono finita in un tritacarne».
Il fatto di chiamarsi Irene Pivetti può aver giocato a suo svantaggio?
«Qualcuno lo pensa, ma io non credo al complotto. È un sistema che colpisce tanti imprenditori come me. In un momento perdi tutto, già solo per il fatto di essere un imprenditore sei dalla parte del torto. In un attimo ti ritrovi sbattuta in prima pagina, anche se non condanno i giornalisti che fanno il loro lavoro. Anche questo è parte del sistema che ti toglie dignità, rovina la tua immagine, ti annienta anche economicamente. Non mi hanno tolto la casa perché non l’avevo, ma ad altri è successo anche quello, poi conti correnti bloccati. Io non mi vergogno di dire che ho preso i pacchi viveri dalla San Vincenzo. Lo dico non per destare pietà, non mi sono mai lamentata, ma perché ho la possibilità di dare voce a tanti he sono nella mia situazione e non possono raccontarlo. Quante storie conosciamo di imprenditori che perdono tutto e poi risultano innocenti?».
Auspica un cambiamento nel sistema giudiziario italiano?
«C’è il tema della separazione delle carriere, ma su quello non mi esprimo. Metterei un altro tema al centro: il rispetto dell’individuo. Se c’è davvero la presunzione di innocenza bisogna avere rispetto. Invece è un sistema perverso. Altro che “avviso di garanzia”, non c’è nessuna garanzia per chi lo riceve, sai che la macchina ti farà a pezzi e tu non puoi difenderti. Quello che accade nei processi è il contrario dello Stato di diritto. Non c’è diritto se puoi essere malmenata verbalmente. L’obiettivo dovrebbe essere la ricerca della verità, non creare un clima di terrore».
Nel novembre 2022 ha raccontato al Corriere la sua nuova vita a Monza, nel ristorante sociale “Smack” che dà lavoro ad ex detenuti e soggetti fragili. Continua a servire 100 pasti al giorno?
«Per l’avvio del ristorante ho fatto di tutto. Avevo una camera in affitto proprio sopra il ristorante, ero la prima ad arrivare alle 6,30 e l’ultima ad andarmene. Devo dire grazie alla Cooperativa sociale Mac di Milano, l’unica che mi ha teso la mano quando tutti mi hanno lasciata sola. Quando ho avuto il primo stipendio da mille euro ho capito che potevo farcela».
Prosegue il suo impegno nel sociale?
«Continuo a dare una mano perché negli anni ho conosciuto tante persone con cui ho instaurato un bellissimo rapporto. Torno a trovarli, mangiamo insieme. Abbiamo fatto un bel lavoro di squadra, creato un luogo di aggregazione anche per il quartiere».
Cosa ricorda con più piacere?
«L’avvio del ristorante, il palco che avevo voluto per organizzare anche serate musicali, le feste di compleanno, le famiglie, i clienti che magari arrivavano per curiosità e poi tornavano».
La politica l’ha lasciata sola?
«Sì, ma non mi aspettavo nulla e non posso rimproverare nessuno».
C’è qualcosa che rimprovera a se stessa?
«Non aver minimamente immaginato i risvolti del fare impresa in Italia, la possibilità di finire nel tritacarne. Non rifarei più l’imprenditrice».
Ora di che cosa si occupa?
«Di progetti culturali con l’associazione Amicizia Italia Cina. Promuovo eventi culturali, organizzo missioni per imprenditori italiani, faccio da ponte. La Cina è una parte importante e bellissima della mia vita dal 2011, un Paese che cresce e accoglie in modo straordinario».
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PER NON DIMENTICARE

Quando Irene Pivetti, a capo della Lega Nord, voleva mandar via Carlo Maria Martini da Milano, raccogliendo firme tra i milanesi. La sua imbecillità o grettezza mentale non era giustificata dalla sua giovane età. E quando, poi, pentitasi per la figura di merda che aveva fatto chiese udienza a Martini, il cardinale rispose picche. Poi divenne Presidente della Camera, e ora… dall’altare alla polvere. La stessa fine faranno altri politici che oggi sembrano stare ancora sull’altare. Mangeranno presto anche loro sterco di…

 

Chi volesse approfondire ciò che è successo tra la Lega (Irene Pivetti) e il cardinale Martini, può leggere il capitolo «”I “lumbard” alla prima crociata contro il vescovo», libro di Marco Garzonio “Il cardinale”, pagg. 221-243.

 

 

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