
Tre parole al costo di
45.741,48 euro
Sì, avete letto bene, tre parole che mi sono costate 45.741,48 euro!
Erano offensive?
Dipende dall’idea che si ha della libertà di pensiero che esiste in Italia, uno tra gli ultimi Paesi al mondo a confondere la persona con il suo ruolo o in quanto personaggio che ricopre una carica importante.
Sì, avete letto bene: in Italia dire a un politico o a un personaggio pubblico che è uno stronzo, oppure un demente, ma in quanto politico o personaggio pubblico è reato. In America ad esempio, un noto attore, Robert De Niro, disse a Trump, nel suo primo mandato, che era “un maiale”, non fu querelato e condannato: là è possibile dire tutto ciò che si vuole anche contro un presidente americano in quanto presidente, nel suo ruolo. Qui in Italia non è lecito, è un reato.
Colpa dei giudici o della legge?
Di entrambi.
Se poi un giudice ha davanti uno come Salvini allora se la fa addosso, e condanna colui che ha avuto il coraggio di dirgli che è un “pezzo di merda”, non in quanto Salvini persona, ma in quanto ministro del malaffare. Allora ero ancora un pudico, oggi direi che è una montagna infinita di merda.
E la cosa assurda è di essere stato querelato e condannato da due giornalisti, coloro che invocano la libertà di espressione, dimenticando di essere alquanto permalosi, che non vogliono essere criticati quando scrivono stupidaggini o offendono i diritti degli altri.
Se poi lavorano per la Rai, allora si credono intoccabili, anche se sono schiavi del potere dominante (non sono al servizio della verità, ma del potente di turno). Sì, una giornalista della Rai mi ha querelato perché avevo postato sul mio sito cinque o sei righe con cui Vittorio Arrigoni l’aveva apostrofata, usando una immagine azzardata, ma calzante (di proposito fraintesa!), perché la giornalista aveva commentato a modo suo, ovvero pro padrone di casa, una sentenza contro Marcello Dell’Utri. Di mio, in un successivo articolo, aggiunsi che era una “schiavetta del potere”. A dire tutta la verità dovrei aggiungere che ero stato invitato dalla parte “offesa” a patteggiare se volevo, ma rifiutai, per rispetto a Vittorio Arrigoni, che nel frattempo era stato barbaramente ucciso a Gaza. Il mio gesto nessuno lo comprese, e ne tenne conto. E subii la condanna e tutto ciò che ne seguì, pagando un mucchio di soldi, lasciato da solo e dimenticato, nonostante che mi avessero promesso di aiutarmi economicamente. Meglio così, sapendo di aver fatto la cosa giusta. Ho sempre difeso Vittorio Arrigoni per il suo coraggio, e anche dopo la sua morte ho fatto numerosi video e interventi per ricordarlo, ma con la coscienza pulita di essere sincero, senza strumentalizzarlo come un santo dopo la morte, e magari prima lo si contestava per la sua scelta diciamo rischiosa di rimanere a Gaza come fotoreporter. Lo chiamavano un “bullo fuori di testa!”. Oggi se ne fanno monumenti in ogni piazza d’Italia! Dio mio, che coerenza, che indecenza, che ipocrisia!
Dunque due querele, e due condanne “penali”. Dovrei aggiungere che un personaggio pubblico (giornalista o politico che sia) non dovrebbe mai querelare nessuno quando il tizio caio sempronio diventato famoso viene attaccato nel suo ruolo. Costui deve mettere in conto ogni critica, anche la più atroce. Querelare è minacciare, e questo è qualcosa di inaccettabile. Anche io nel mio piccolo sono stato offeso migliaia e migliaia di volte, ma non ho mai querelato nessuno. E devo riconoscere, a parte il gesto del suo medico personale, dottor Alberto Zangrillo, Silvio Berlusconi non mi hai querelato, nonostante gli avessi detto di tutto e di più, con parole assai pesanti. Dicono che ad esempio Salvini, e anche la Meloni, abbiano la querela facile: querelano tutti coloro che li contestano, e perciò minacciano: dopo una sentenza di condanna che costa migliaia di euro chi ha ancora il coraggio di criticare un personaggio pubblico? Se ne sta zitto, e il personaggio pubblico continua a fare le porcate che vuole. Vedi Salvini e la Meloni!
Ed ecco la terza sentenza di condanna, stavolta “civile”, da parte di un direttore locale di un quotidiano online. Qualcosa di vergognoso come si è svolto questo processo! Credetemi, non dico bugie: è stato allucinante. E sono stato querelato e condannato per aver definito quel direttore “un beccamorto”. Credo che neppure il suo avvocato conoscesse il significato di “beccamorto” (andate a cercarlo su internet). Un termine che mi è stato ispirato dallo Spirito santo, tanto era ed è calzante nei riguardi di un direttore di un giornale locale che vuole mettere sempre il becco in tutto, anche in cose che egli non conosce: da anni e anni sta condizionando una cittadina per scelte tra l’altro discutibili, per non dire scriteriate. Ma lui è lui, e comanda, e tutti si inchinano per paura: sindaci, amministratori, cittadini.
Se è un politico a querelarmi posso anche capirne le ragioni: deve difendersi con ogni mezzo, sapendo che è nel marcio e che ha dalla sua la legge che difende i forti. Ma come si può accettare che giornalisti querelino chi li contesta perché fanno male il loro mestiere, dicendo cazzare, bugie, condizionando paesi, soprattutto se sono direttori di giornali locali, talmente bassi di cultura da chiederci: ma questi paesi quando si eleveranno al di sopra della palude puzzolente? Con questi giornaluncoli resteranno sempre a quota zero.
Dovrei infine chiarire alcune cose. Anzitutto, la Curia milanese, appena saputo della mia condanna per la querela di Matteo Salvini, si è fatta viva, preoccupandosi delle spese che avrei dovuto affrontare, offrendosi di aiutarmi economicamente. Subito ho rifiutato pensando che, se avessi accettato, avrei avuto le mani legate. Così pure ho detto di no a coloro, due o tre in realtà, che si erano offerti a darmi qualcosa. Qualcosa? Qualche euro?
Sulla visita in casa mia di Mario Delpini, dopo un giro di nomi per saggiare se ero disposto a riceverlo, ci sarebbe un lungo discorso da fare. Perché è venuto? Forse ciò che dico è solo una mia supposizione. A quei tempi Matteo Salvini stava cercando di contattare le varie curie d’Italia per un colloquio con i vescovi o cardinali, con l’intento poco nobile di farseli buoni. La curia milanese rispose con la visita in casa mia di Delpini, subito dopo la mia condanna esprimendo la sua solidarietà. In ogni caso, una cosa è certa: quella visita che è durata un’ora circa non è servita a nulla: parlavo solo io e lui taceva, facevo qualche domanda e lui taceva, ho chiesto più volte fino a quanto durassero i provvedimenti di Scola nei miei riguardi e lui non mi rispose. Se ne è andato quasi soddisfatto solo di avermi incontrato forse per… aver inviato la risposta a Salvini. Dopo che i giornali anche nazionali parlarono di quella “strana” visita di Delpini, il responsabile dell’Ufficio Stampa della Curia milanese, un certo don Magni, subì chiarì: è stata solo una visita di cortesia, dal momento che l’arcivescovo era nelle zone: ed era vero, era a Triuggio, presso la Villa Sacro Cuore, ma da lì Delpini personalmente mi aveva telefonato se ero in casa. Don Magni disse una bugia! In ogni caso, dopo quella visita ci un’altra fugace visita, di 5 minuti, in occasione del Santo Natale. Poi man mano, dopo vari tentativi miei di dialogare via cellulare, Delpini, forse stanco del mio modo di dirgli le cose, ruppe ogni collegamento. E da lì iniziò o meglio si intensificarono le mie dure critiche sul suo modo di fare pastorale in Diocesi.
Altra cosa da chiarire. Le spese processuali, enormi per le mie tasche, le sto pagando a rate, ho ancora tanto da pagare per ciò che mi è costato il processo Salvini. Passerano tanti altri anni, ma forse non ci sarò più. Ma non è detto che io muoia prima di lui.
Qualcuno mi sta ancora chiedendo: come mai hai perso tutte le cause? Che avvocati avevi? Non vorrei rispondere a questa domanda. Ciò che è stato è stato. Certo le ferite me lo sto leccando da solo. Gli amici non sanno dire altro che: “Te le sei meritate, le condanne! Potevi evitare di dire parolacce!”. Bravi, bravissimi, forse siete così tonti da non capire che dietro una parola c’era e c’è ben altro. Coglioni! Certo, troppo comodo sentirmi dire dagli avvocati: “Dai, portiamo avanti la battaglia per il diritto di espressione, andiamo anche al parlamento europeo!”. Bello, sì, ma chi paga le spese?
Da ultimo. Le condanne non mi hanno chiuso la bocca, casomai è facebook che ogni tanto mi minaccia perché i miei interventi non rispetterebbero le regole… stabilite da chi? Sì, ogni giorno continuo a lottare contro il potere politico, e anche nel campo ecclesiastico prendendo di mira in particolare un vescovo, Mario Delpini, che oramai è in balìa del nulla. Almeno Salvini un ponte lo vorrebbe fare, invece abbiamo un vescovo che fa i ponti con l’africa o il perù o l’argentina, e qui in diocesi ha rotto ogni ponte con il suo clero che è in agonia. Povera diocesi! E se mi permetto di dire peste e corna, è perché so che non mi possono condannare più di quanto mi hanno già regalato in emarginazioni che neppure mille giubilei possono condonare. Se avessi ucciso qualcuno, sarei più considerato e chiederebbero clemenza facendomi uscire dal carcere!

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