Omelie 2015 di don Giorgio: Festività di Pasqua

5 aprile 2015: Pasqua nella Risurrezione del Signore
At 1,1-8a; 1 Cor 15,3-10a; Gv 20,11-18
Anche sulla Pasqua possiamo spendere tante belle parole, tenere dotte conferenze e belle omelie, anche improvvisando, sicuri di dire in ogni caso qualcosa di edificante o di confortevole per i cristiani, alle prese con le sofferenze e le sconfitte o con la stessa morte. In fondo, che cosa ci costa dire che Cristo risorgendo ha vinto il dolore, ha sconfitto il peccato, ha distrutto il regno di satana e ha eliminato la morte? Ma poi, chi non vede che siamo ancora qui a lottare per la pace, per la giustizia, per il dolore? Non si parla ancora oggi del regno di satana? Non è forse vero che quanti credono nel Cristo Risorto vengono uccisi, proprio perché credono nella Risurrezione? Non si muore forse ancora oggi?
Sono domande che dovrebbero mettere in crisi la nostra faciloneria nel parlare di Risurrezione. E allora in che cosa consiste la Risurrezione di Cristo?
Anzitutto, vorrei fare una premessa. A differenza della nascita di Gesù, la Risurrezione sfugge ad ogni nostro pur lodevole sforzo per comprenderne almeno qualcosa. La Nascita è un Evento, il più straordinario Evento della Storia umana. La Risurrezione non è un Evento diciamo storico, ovvero soggetto ad una sperimentazione, non è un qualcosa di visibile, di tangibile, che si può dimostrare mediante le nostre categorie umane. Maria ha dato alla luce un figlio che tutti potevano vedere: l’hanno visto e toccato San Giuseppe, i pastori, i magi. Il Figlio di Dio si è fatto carne, e la parola “carne” dice tutto. Nessuno invece ha potuto constatare fisicamente la risurrezione di Cristo. Nessuno ha assistito quando egli è risorto. Nessuno poi l’ha potuto vedere, dopo che egli è Risorto. Parlo in senso fisico. Certo, Cristo, dicono i Vangeli, è apparso più volte. Ma gli stessi evangelisti parlano di “sembianze” diverse: appare ora sotto le vesti di un giardiniere, ora di un pellegrino, ora di un fantasma che oltrepassa i muri delle case.  Sul momento, nessuno lo riconosce. Lo riconoscono perché parla in un certo modo, perché fa certi gesti. Il Cristo risorto è un’altra realtà, completamente diversa dal Cristo storico. Ma il Cristo Risorto è ancor più presente nella realtà umana: non più fisicamente, ma misticamente.
Vorrei rispondere a due domande: 1. Che cosa ci dicono le narrazioni evangeliche? 2. Che cosa ci dice la teologia o, meglio, la mistica?
Tutti gli esegeti concordano nel sostenere che gli autori dei Vangeli si trovano in grave difficoltà quando tentano di descrivere la risurrezione di Gesù. Gli evangelisti sembrano contraddirsi, persino sul numero degli angeli che ne danno l’annuncio. In realtà, l’intenzione degli evangelisti non è quella di narrare i fatti, ma di farci intuire qualcosa di ciò che è successo quella notte tra il sabato e il giorno seguente, che per noi cristiani diventerà il “dies domini”, ovvero la domenica.
Vorrei soffermarmi su alcune parole o verbi che mi sembrano interessanti, perché aprono qualche filo di luce sul Mistero della Risurrezione.
Anzitutto, troviamo la parola “alba”. Tutti e quattro gli evangelisti scrivono che alcune donne, dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, si recano al sepolcro. La simbologia contenuta nella parola “alba” mi sembra evidente. L’alba è l’inizio del giorno, di un nuovo giorno, del grande giorno. Nel Salmo 118, troviamo l’espressione: «Questo è il giorno che ha fatto il Signore».
Secondo il salmista, il “giorno che ha fatto il Signore” riguarderebbe una particolare vittoria di Israele sui nemici. La Chiesa ha riletto la vittoria di Dio in senso pasquale. È il giorno della risurrezione di Cristo!
Ma, attenzione, siamo ancora alle prime luci del giorno: siamo all’alba. L’inizio c’è, ma il giorno è ancora lontano. Quanto tempo passerà ancora, prima che il giorno entri nella sua fase piena?
C’è un’altra parola o, meglio, un verbo interessante nelle narrazioni evangeliche: “vedere”.
Nella narrazione di Giovanni a proposito della risurrezione di Gesù, troviamo tre verbi diversi per specificare il nostro verbo “vedere”. Giovanni usa, anzitutto, il verbo greco “beplèin” per indicare l’aspetto fisico del vedere, lo scorgere, il notare: Maria di Magdala vede rimossa la pietra che ostruiva l’ingresso al sepolcro. Ma Giovanni usa un altro verbo, in greco “theorèin”, per indicare il vedere con attenzione, l’osservare: Pietro entra nel sepolcro e osserva i teli, rimanendone colpito. Infine, Giovanni usa il verbo greco “”, per indicare il vedere profondo, la contemplazione, che tocca lo spirito e lo coinvolge: Giovanni entra nel sepolcro, vede e “crede”. Ecco la fede. La fede, dunque, va al di là dei sensi, vede ciò che è invisibile agli occhi.
Infine, c’è una terza parola ricorrente nelle narrazioni evangeliche, ed è: “testimonianza”. Gesù Risorto dà un ordine: “Va’ e annuncia!”. Maria di Magdala si reca dai discepoli e annuncia: «Ho visto il Signore!». Ma chi aveva visto in realtà? Solo un giardiniere che diceva di essere Gesù Risorto. Come possiamo essere testimoni di qualcosa che non abbiamo visto? Ecco la fede. E qui torniamo a quanto dicevo all’inizio, evidenziando la differenza sostanziale tra il Cristo storico, che è morto sulla croce, e il Cristo della fede, che è il Cristo della risurrezione. Per farmi meglio capire: Cristo risorgendo non è tornato in vita come Lazzaro, ma è passato (da qui la parola “pasqua”, che vuol dire passaggio) a una dimensione del tutto nuova. Il Risorto non vive più secondo l’esistenza mortale e terrena: il Cristo storico è morto per sempre. Solo la fede può entrare in sintonia con il Risorto.
Proviamo a riflettere. Anzitutto, già l’ho detto e ripetuto: il Cristo dei Vangeli è già una rilettura del Cristo storico attraverso la fede nel Risorto. Quando i Vangeli sono stati messi per iscritto, erano passati anni e anni dalla morte e dalla risurrezione di Cristo. Gli esegeti ci dicono che, se vogliamo ricostruire la vita di Cristo,  dovremmo partire dalla fine, ovvero dalla risurrezione di Cristo. Letti così, ogni fatto e ogni parola di Gesù acquisterebbero un altro significato. La fede ci aiuta a comprendere anche il Cristo storico, ma lo legge e lo interpreta al di là della storia così come l’intendiamo noi, ovvero come un succedersi cronologico dei fatti. I Vangeli non seguono la sequenza cronologica. Gli evangelisti non sono scrittori storici, ma teologi, ancor meglio sono dei mistici.
Il Cristo della fede non corrisponde al Cristo storico, ma ce lo presenta in un’altra luce. Il Cristo dei Vangeli, in poche parole, è già il Cristo della fede.
Prima dicevo che sarebbe meglio parlare di mistica invece che di teologia. Il  Cristo della fede è il Cristo mistico. E dire Cristo mistico è l’esatto opposto del Cristo delle rivelazioni o dei fenomeni sensitivi. Pensate all’importanza che abbiamo dato e diamo ancora alle apparizioni. Con la mistica si entra in un altro campo, che è quello interiore, dove i sensi scompaiono per lasciare il posto allo spirito.
I tre sinottici (Matteo, Marco e Luca), scrivono che, quando Gesù muore, emette lo spirito, che non vuol dire semplicemente morire. Giovanni, ancor più esplicito, scrive: «Chinato il capo, consegnò lo spirito”, ovvero ci ha donato lo spirito. Per dirci: ora inizia un nuovo mondo.
Quando Gesù dice agli apostoli, prima della sua passione e morte: «Ora io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò» (Gv 16,7) intendeva dire questo: Gesù come personaggio storico deve scomparire, per lasciare il posto al Cristo dello spirito, al Cristo della mistica.
Proviamo a chiederci: lungo i millenni della storia della Chiesa, che posto ha avuto il Cristo mistico, ovvero il Cristo della fede? Strutture, organizzazioni, devozioni, tradizioni religiose, spettacolarità, apparizioni, tutto un mondo che è in contrasto con il Cristo mistico o della fede. Ancora oggi è così. È sempre l’aspetto religioso o della religione che prevale. Il Cristo mistico scava dal di dentro il Mistero, mentre il Cristo storico si ferma in superficie, e degenera in quelle manifestazioni folcloristiche che hanno condotto la Chiesa lontano dal Cristo mistico.
Se la parola “pasqua” vuol dire passaggio, noi credenti purtroppo siamo rimasti ancora sulla sponda precedente. Dobbiamo staccarci, e attraversare il mare della storia. Sospinti o spinti dal soffio vitale dello Spirito santo, che ci è stato donato dalla morte di Cristo.

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