Omelie 2014 di don Giorgio: Prima Domenica dopo la Dedicazione

26 ottobre 2014: Prima dopo la Dedicazione
At 10,34-48a; 1Cor 1,17b-24; Lc 24,44-49a
Il primo brano, preso dal capitolo decimo del libro “Atti degli Apostoli”, è la parte finale dell’incontro di Pietro con Cornelio, centurione romano, che l’Apostolo converte alla fede cristiana insieme a tutta la sua famiglia. Un episodio che suscitò non poche polemiche tra i primi cristiani, che accusarono Pietro di aver frequentato una casa pagana: «Sei entrato in casa di uomini non circoncisi e hai mangiato insieme con loro!». Avevano già dimenticato ciò che Cristo stesso aveva fatto, suscitando le stesse critiche, quando frequentava le case dei pagani e, ancor peggio, i pubblici peccatori. Pensate all’episodio di Zaccheo.
Il vero problema, che poi sarà il motivo della convocazione del primo Concilio di Gerusalemme, attorno agli anni 50, sarà quello di superare questa divisione tra puro e impuro. Una divisione non tanto ideologica, quanto pratica: i primi cristiani, provenienti dal mondo ebraico, erano restii a frequentare i pagani, definiti in modo sprezzante “cani”, in quanto i cani erano ritenuti dagli ebrei animali immondi.
Ed ecco che Pietro, dietro ispirazione divina, accetta, benché con una iniziale titubanza, di entrare nella casa del pagano Cornelio. Tiene un discorso fondamentale per la nostra fede in Cristo, e nonostante questo, lungo i secoli del cristianesimo, sarà dimenticato, e lo è ancora oggi. Pensate alle parole: «Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga». Pietro continua: «Questa è la Parola che egli ha inviato ai figli d’Israele, annunciando la pace per mezzo di Gesù Cristo: questi è il Signore di tutti».
Dovremmo a lungo riflettere su queste parole. La vera rivoluzione di Cristo è consistita e consiste – è sempre attuale – nel superamento delle divisioni, degli steccati, di ciò che si può o non si può dal punto di vista puramente legale o canonico. Con Cristo sono cadute le barriere di ogni tipo: razziali, sociali, culturali e religiose. Non dimentichiamo la dura e verbalmente violenta lotta di Cristo con le chiusure mentali e religiose dei dottori della legge, i teologi di quei tempi, ovvero gli scribi e i farisei, che marcavano le divisioni fino al punto che il semplice contatto con persone ritenute immonde (pensate ai lebbrosi) rendeva legalmente immondi e impediva di partecipare al culto pubblico, se non dopo complessi cerimoniali di purificazione.
Ancora oggi siamo qui a subire divisioni tra chi è battezzato e chi non lo è, tra chi è sposato secondo le leggi della Chiesa e chi vive situazioni diverse, tra chi è maschio e chi è femmina. Cristo non ha tolto la distinzione tra bene e male, non ha detto che tutto va bene, che l’uomo può comportarsi come vuole, ma il criterio per stabilire ciò che giusto o non è giusto non è la legge umana, neppure le norme ecclesiastiche, ma la coscienza, che è il riflesso di Dio in ciascuno di noi. Noi siamo stati creati a immagine e a somiglianza di Dio, e non a immagine e a somiglianza di una struttura umana, civile o religiosa.
Il nostro impegno di credenti non consiste nel convertire le persone ad una struttura. Non consiste anzitutto nel battezzare i non cristiani. Consiste invece nel far prendere coscienza che ognuno di noi è un essere umano, e, in quanto essere umano, possiamo riscoprire l’immagine divina in noi.
Il battesimo, casomai, viene dopo, se si vorrà entrare anche a far parte di una Chiesa-struttura. Si è figli di Dio, indipendentemente dal battesimo. Leggiamo le prime parole della Bibbia: «In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre coprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque». Notate: “lo spirito di Dio aleggiava sulle acque”: prima che la terra diventasse ciò che è, prima che l’uomo l’abitasse, prima che ci fossero le istituzioni, prima delle cosiddette civiltà.
Il brano di oggi che cosa ci dice? Ci dice una cosa sconcertante: sconcertante, perché, dopo qualche anno, è successo che le cose si sono invertite. Leggiamo: «Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo discese su tutti coloro che ascoltavano la Parola. E i fedeli circoncisi (provenienti dal mondo ebraico), che erano venuti con Pietro, si stupirono che anche sui pagani si fosse effuso il dono dello Spirito Santo». Dunque, erano ancora pagani, nel senso che non avevano ricevuto il Battesimo, eppure avevano già ricevuto il dono del Spirito Santo. Dunque, prima la Cresima, poi il Battesimo. Difatti Pietro dice: «Chi può impedire che siano battezzati nell’acqua questi che hanno ricevuto, come noi, lo Spirito Santo?».
Capite allora che nell’ordine diciamo cronologico dei sacramenti della Chiesa qualcosa non funziona? Per la Chiesa, prima devi essere battezzato, poi riceverai il dono dello Spirito Santo. Chi ha ragione? La Bibbia o la Chiesa-istituzione?
Senza entrare in questa discussione, in ogni caso diciamo che lo Spirito Santo non ha vincoli, non dipende dagli ordini di nessuno. La Chiesa non può fissare i tempi e i modi di agire dello Spirito. Ricordate l’incontro notturno di Gesù con Nicodemo, narrato da Giovanni all’inizio del capitolo 3 del suo Vangelo? Il Maestro parla di una nuova nascita, “dall’alto”, una ri-nascita che avviene al di fuori della biologia, della “carne”, ma attraverso l’azione dello Spirito santo. Non si tratta di rientrare una seconda volta nella pancia della madre. Si tratta invece di un processo che segue altre vie, per cui anche se si è vecchi si può sempre rinascere. Ecco la cosa straordinaria, il miracolo. Un miracolo che non è prerogativa di alcuni privilegiati. Ognuno di noi può sempre ri-nascere, perché lo Spirito non guarda all’età, alla cultura, alla razza. Lo Spirito, dice Gesù, è come il vento il quale “soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va”. Da notare che in ebraico per dire vento e per dire spirito si usa lo stesso termine: “ruach”, che di per sé significa soffio, ma può designare sia il vento che il respiro. Soffio e respiro che richiamano l’atto creativo, quando il Signore, come dice la Genesi, «plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita». Ecco perché quando Gesù parla di Spirito parla sempre di vita: di rinascita. E qualcuno di voi potrebbe anche farmi notare che Gesù unisce lo Spirito all’acqua: «Se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio”. Già la Chiesa primitiva ha interpretato questo binomio, acqua e Spirito, in  senso battesimale. Ma credo che Gesù richiamasse ancora una volta le prime righe della Genesi: “lo spirito di Dio aleggiava sulle acque”. L’acqua è segno di vita.
Non sono uscito fuori tema. Le parole di Pietro a Cornelio e familiari hanno una portata universale, e richiamano le stesse parole del Maestro.
Ci chiediamo anche che senso dare all’espressione: “Dio accoglie chi lo teme e pratica la giustizia”. Mi soffermerò velocemente sul timore di Dio: è l’ultimo dei sette doni dello Spirito Santo.
Come intendere il timore di Dio? Ci risponde la Bibbia stessa. Nel libro del Siracide, al capitolo 1, troviamo: «Principio di sapienza è temere il Signore… Pienezza di sapienza è temere il Signore… Corona di sapienza è il timore del Signore… Radice di sapienza è temere il Signore…».
La parola timore è sempre unita alla parola sapienza. Il sapiente è colui che si mette davanti al Mistero di Dio, e lo contempla: se ne lascia affascinare. Il timore di Dio, perciò, è stupore di fronte alle meraviglie divine. Forse abbiamo sentito parlare della “sindrome di Stendhal”, che lo scrittore francese descrive molto bene nella sua opera “Roma, Napoli e Firenze”: si tratta di una emozione talmente forte davanti a un’opera d’arte da diventare quasi una sofferenza. È una sindrome che colpisce coloro che sono molto sensibili alla bellezza. Nel campo della fede è restare ammirati davanti alla grandezza dell’amore di Dio. Alcuni santi hanno persino perso i sensi davanti a tanta Bellezza.
Perciò chi teme il Signore, secondo la Bibbia, non è tanto colui che ha paura di Lui. Dio non si presenta come un giudice, un padre-padrone. Il timore è da intendersi come quel sentimento che si prova di fronte a qualcosa di grande, che però, con la sua grandezza, non ci schiaccia, ma ci dà gioia e sicurezza. «Il timore del Signore, dice l’autore del Siracide, allieta il cuore, dà gioia, diletto e lunga vita».
Forse, in questo senso, i nostri vecchi ci parlavano spesso, a modo loro, di timore di Dio, perché non perdessimo il rispetto per il sacro, inteso come qualcosa di grande, di meraviglioso, di esuberante, di necessario per vivere in pace. L’autore del Siracide assicura: il timore del Signore «fa fiorire pace e buona salute».

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